Mimmo & Greg

Mimmo & Greg
Grazie Mariangela, grazie Mimmo!

giovedì 18 novembre 2010

ZONDER PROBLEMEN? LE INSIDIE DELLA TRADUZIONE





ENTRAMBI PORTANO IL CAPPELLO, TUTTAVIA....

E dire che avevo pensato a suo tempo, di cimentarmi nella traduzione, libera, pur nel rispetto delle intenzioni dell’inclito Nume, de L’inganno del tempo, in quella che avrebbe potuto essere, ma non è stata, la mia lingua madre, il sardo. Meno male che l’ardito progetto non è andato in porto, meno male che la traduzione, rivelatasi quasi subito molto ardua, non è andata al di là di una forma solamente (e malamente) pensata, nelle due varianti sardo campidanese e sardo barbaricino del sud, quelle nelle quali un po’ mi districo. Il mio, nelle intenzioni avrebbe voluto essere un omaggio, ma nei fatti sarebbe stato uno scempio, per cui ho desistito e problemen me ne sono posta eccome.

Certo, al massimo il mio testo avrebbe avuto la "sfavillante" ribalta di Folgorata, nessun supporto lo avrebbe accolto, ma il risultato sarebbe stato deludente, e avrei certamente perpetrato un tradimento: per quanto a volte qualcuno sostenga che si tradisca per troppo amore, io ho preferito rinunciarvi. Quando poi, raggiungendo un piccolo obiettivo che mi ero prefissata, ho comprato e letto un libro che tratta proprio delle questioni intorno alle traduzioni di canzoni nate in un lingua, e riproposte poi in un’altra, ho tirato un sospiro di sollievo, perché, da quel che leggo, l’inclito Nume forse non avrebbe gradito il mio omaggio, tanto appassionato quanto inopportuno.

Nel lontano 1987 un cantautore olandese, Andrè Hazes, pubblicò un album di cover di canzoni italiane molto note, Volare, Piove, Sei rimasta sola…Tra queste trovò posto anche la bella Cara Lucia di Mimmo, tradotta dal signor Hazes con il titolo Zonder problemen, che vuol dire senza problemi. Evidentemente ne fu colpito, dimostrando con questa scelta un certo buon gusto. Forse ha fatto delle canzoni italiane un tutt’uno un po’ indistinto, le ha accostate insieme senza troppo discernimento, ma era sicuramente mosso da buone intenzioni. Attingiamo direttamente alla fonte, riportando le esatte parole di Mimmo Locasciulli. Sono d’accordo che tradurre sia un po’ tradire, premetto questo, tant’è che avrei molta paura se qualcuno volesse tradurre i miei testi in altre lingue… Mi hanno regalato, in vinile, la versione di un rozzo cantautore olandese, di cui non ho presente neanche il nome, di una mia canzone intitolata Cara Lucia, tradotta come Zonder problemen, non so neanche cosa voglia dire… Però immagino che sia difficile per un autore riconoscersi in una traduzione… Di Zonder problemen uscì il 45 giri, che immagino sia quello ricevuto in dono da Mimmo (lo avranno graziato evitando di donargli l'intero album) e che ora dovrebbe essere un pezzo da amatore....
Una riflessione: com’è possibile pubblicare qualcosa di un altro senza chiedere l’autorizzazione? Gliel’avrà chiesto, il permesso, o no, il signor Hazes, al dottor Locasciulli proprietario dei diritti? Io ho ascoltato la versione olandese, questa Zonder problemen.
http://www.youtube.com/watch?v=QZ7I6QtRQBI Chiunque può ascoltarla per potersi fare l’idea che crede. Che dire? Me la posso cavare diplomaticamente sostenendo che la musica di Mimmo, seppur riproposta con un arrangiamento molto…olandese, nobilita qualsiasi cosa?

Lasciando da parte i problemen, mi soffermo per un momento sul libro, La Tradotta, Storie di canzoni amate e tradite, Pieve al Toppo, Zona, 2003, diretta conseguenza di un momento di incontro sul palco del Tenco, avvenuto nell’edizione del 2002, quando un certo numero di persone, cantautori, autori, critici, molto diversi tra loro per provenienza, generi, età, sesso (ci sono anche delle donne, sempre poche) ma uniti dalla comune avventura di essersi cimentati chi occasionalmente, chi più frequentemente, chi sistematicamente nella traduzione di canzoni di artisti stranieri, racconta la propria esperienza. Di fatto tale incontro in realtà fu un vero e proprio convegno, dal titolo Tradutori & Tradittori, e il libro La tradotta ne contiene gli atti.
Chi ha curato la trascrizione intelligentemente si sente di poter assimilare a una traduzione da una lingua straniera, il passaggio dal linguaggio informale, immediato e colloquiale delle testimonianze durante l’incontro, a quello più formale della scrittura. Si è tentata una mediazione tra le due forme, tentando di conciliare immediatezza e fluidità con chiarezza e precisione.

Alla fine del libro troviamo un quasi censimento degli autori che sono stati tradotti, di quelli che li hanno tradotti e delle opere tradotte. Una vera miniera di informazioni, una lettura interessante che permette di scoprire al di là delle cose più note, tante curiosità. Trovo come traduttori alcuni signori (pochi a dire il vero) che a mio avviso conoscono, e non benissimo, solo l’italiano o qualche forma dialettale. Sicuramente è una mia errata convinzione, ma danno quell’impressione. Forse qualcuno avrà tradotto alla lettera per loro, e loro avranno aggiunto il marchio d’autore. Chissà!

La molla, al di là di operazioni meramente commerciali, (abbastanza frequenti in passato, come accadeva in cover spesso improbabili degli anni sessanta) è spesso da ricercarsi nel grande apprezzamento nei confronti di alcuni grandi e molto noti, che induce chi traduce a rendere loro un tributo, ma anche nel desiderio di far conoscere artisti altrettanti grandi, ma molto meno noti. In entrambi i casi è una sfida da parte di chi traduce, che deve entrare nel mondo dell’autore per renderne nel modo migliore possibile, in un’altra lingua, non solo il testo, ma proprio gli intenti, lo spirito, la poetica. Tradurre è un po’ tradire, come convengono in molti, (anche Mimmo nel suo intervento) e come ci suggerisce la comune radice delle due parole.

Non è raro che quello che vorrebbe essere un omaggio non venga considerato tale, e che spesso chi ha tradotto sia stato osteggiato e bocciato dall’autore. Ne sa qualcosa Mimmo che ha dovuto combattere non poco per alcune canzoni contenute nel suo Il futuro, e ha dovuto rinunciare a inserirne altre perché gli autori non hanno accordato l’autorizzazione. A un certo punto, dopo una serie di estenuanti scambi di fax con gli avvocati, e continui ostacoli, aveva pensato di non andare avanti col progetto discografico, finchè, per converso, e per fortuna altri artisti diedero il loro placet nel giro di brevissimo tempo e senza opporre alcuna resistenza.

Il futuro è come sappiamo bene un album del 1998. Mimmo già in un passato lontano si era cimentato nella traduzione di alcuni brani di Dylan (forse il più tradotto in assoluto, scopro anche in sardo) e di Brel e Brassens, (anch’essi tradottissimi, come molti altri francofoni, in alcuni casi integralmente, non solo in italiano, ma anche in milanese, in bolognese…) per non parlare, con l’aiuto dei suoi amici scandinavi del tempo di Perugia, perfino di artisti folk norvegesi, (lì poteva davvero sbizzarrirsi) ma si era limitato a cantarle, quelle sue versioni, e non le aveva mai incise. Nell’ultimo scorcio degli anni settanta si era cimentato, e anche questo lo abbiamo ricordato, perfino con Brecht, proponendo ai discografici della RCA una versione di Mio fratello faceva l’aviatore, anch’essa mai pubblicata.

Dopo il lungo, ma alla fine felice parto de Il futuro, Mimmo ha curato la versione italiana di Hotelsong, ma questa è stata una cosa fatta in amicizia con il suo amico Büne, che a sua volta l’ha omaggiato con la versione tedesca di Natalina. Ha tradotto anche un’altra canzone di Randy Newman, I miss you, che mi sono subito andata a sentire, (nell’album del 1998 aveva inserito I’ts money that I love, Sono i soldi che amo) e ha, sempre in occasione del suo intervento al Club Tenco da cui poi è scaturito il libro, dichiarato di avere l’intenzione di pubblicarla, autore permettendo, in un album successivo. Concordo pienamente, molto nelle corde, anzi nei tasti di Mimmo, questa canzone. Spesso nel corso di questo mio cammino ho trovato intenzioni e progetti non realizzati, e mi domando se il tempo o il superamento dell’interesse li abbiano cancellati, o se siano ancora vivi in qualche angoletto, ben custoditi, in attesa che arrivi l’occasione giusta.

Mi piace, in conclusione, riportare ancora qualche stralcio della testimonianza di Mimmo Locasciulli … Tradurre, in definitiva, è andare, invitati o forzatamente, in casa d’altri, guardare tutto com’è fatto, vedere perché un quadro è stato messo lì…e tornare a casa propria per tentare un ripristino totale di quelle sensazioni.Non sono un traduttore e quindi è molto difficile per me entrare nella cifra compositiva altrui. Non mi piace l’idea di violentare, forzare, derubare, spogliare (come amo dire io, in queste parole c’è tutto lui) Ci sono autori che non sono in linea mentalmente e spiritualmente con me. Viviamo mondi diversi e culture diverse, e soprattutto trovo molto brutto che nel mondo della musica, che dovrebbe essere un mondo di vicinanze e un mondo di comunione, ci siano comunque degli interessi, degli ostacoli di ordine legale, burocratico, economico, che tolgono ecumenicità e universalità a questa bella cosa che è la musica.

Pur dichiarando quella della traduzione una bella esperienza, che comunque finisce qui, una piccola eccezione, la fece in occasione dell’invito a mettere in musica delle poesie. (Ne ho già ampiamente parlato dunque non ripeto i dettagli.) Ne scelse alcune di Cohen, (a parte Idra, delle altre non ho trovato traccia alcuna da nessuna parte. Spero che Mimmo almeno si ricordi che cosa ha tradotto, altrimenti noi biografi siamo messi male e soprattutto che il libro scomparso sia di nuovo bene in vista nella sua libreria) ma si limitò a cantarle in occasione dei recital di Torino e del Cairo.
Questo per quanto riguarda Mimmo. Se i miei tre piccoli lettori volessero leggersi integralmente le riflessioni, prima di tutto quelle di Mimmo Locasciulli, ma anche degli altri suoi colleghi che si sono confrontati, e si sono confidati storie di canzoni amate e tradite, non hanno che da comprare il libro. (Costa sedici euro, meno di uno dei tanti libri-panettone, che come tali riempiono il cervello di colesterolo, e non nutrono l'anima.) Se non volete comprarlo, andate a consultarlo o a richiederlo in prestito in una bella biblioteca.
Dopo averlo letto, penserete - Folgorata aveva proprio ragione!

domenica 7 novembre 2010

IN NOME DELL'AMICIZIA

Oggi c’è stato un concerto, a Roma, al Teatro Olimpico, per ricordare Corrado Sannucci e per parlare dell’Associazione, che si chiama Stentore, come il personaggio omerico dalla voce possente, che è stata istituita dalla moglie e da un gruppo di amici di Corrado. Il senso di quest’associazione, è oltre che ricordarlo, continuare a lavorare per le cose cui si era dedicato e in cui credeva, e anche, a tal scopo, come nel caso della manifestazione di oggi, raccogliere fondi proprio perché si possano realizzare i progetti dell’associazione. Molti articoli sono apparsi in rete e sui giornali per diffondere questa iniziativa.
Sul sito dell'associazione http://www.corradosannucci.it/ si possono trovare maggiori informazioni.

Non ne ho parlato prima, perché sarebbe stato del tutto inutile, data la scarsa diffusione del mio blog, che mai avrebbe potuto fungere da cassa di risonanza. Ne parlo oggi, a cose fatte, convinta che il concerto abbia avuto un grande successo, per la risposta del pubblico, ma anche perchè tante persone che lo conoscevano si sono ritrovate unite dall'affetto e dalla stima per l'amico. Tra gli altri vi ha partecipato anche Mimmo, che Corrado Sannucci lo ha conosciuto al Folkstudio, quando entrambi erano giovani studenti di medicina, e cantautori della fucina del locale romano. Sull’Unità di ieri è apparsa un’intervista a Mimmo Locasciulli, in relazione alla manifestazione di oggi dedicata a Corrado. Mimmo ricorda le conversazioni e le discussioni appassionate e stimolanti con l’amico, molto impegnato in politica, molto “estremo” nelle sue posizioni. Ne ricorda le doti di cantautore, fa riferimento ad alcune canzoni. Credo che si fossero ritrovati qualche anno fa, e che avessero ripreso a frequentarsi. Credo anche che Corrado abbia fatto ascoltare a Mimmo delle nuove canzoni, e che ci fosse anche l’intenzione di pubblicarle, ma poi non so bene perché, la cosa non ha avuto un seguito, o non c’è stato il tempo.
Io di Corrado Sannucci non sapevo niente, forse solo che era un giornalista della redazione sportiva di Repubblica, ma non leggevo i suoi articoli (quelli di sport in genere, al di là del valore del singolo giornalista, ed è sicuramente un mio limite). L’ho incontrato nel corso del mio viaggio a dorso di mulo, per Mimmo e dintorni, che sono piuttosto estesi, ma spesso riportano al Folkstudio. Ho letto qualche intervista a Sannucci in cui era menzionato l’incontro con Mimmo, la nuova frequentazione, il progetto di fare qualcosa insieme. In un’altra intervista di Mimmo, dei tempi di Sglobal, ho trovato riferimento al disegno della bambina, che poi ho scoperto essere figlia di Corrado (ne avevo parlato in un vecchio post, senza entrare troppo nel dettaglio delle identità) che divenne poi l'illustrazione della copertina di Sglobal.

Mi sono incuriosita e sono andata ancora a cercare, e purtroppo, come tante altre volte in questa ricerca e nella vita, ho trovato una storia di malattia contro la quale Corrado, da combattente quale credo che fosse, ha lottato sperando di farcela, e invece così non è stato, perché è morto nell’ottobre del 2009. Ho visto un video, in cui parlava della malattia e presentava il suo libro, A parte il cancro tutto bene, un titolo che nasce da una conversazione di Corrado, credo (non ho ri-verificato niente, per questo pezzo, vado a memoria e mi scuso per eventuali imprecisioni) con un giovane barista che gli chiedeva come stesse. Ho il cancro - rispose Corrado e il ragazzo, di rimando - E a parte il cancro, tutto bene?
Corrado Sannucci per come mi appare nelle immagini che ho visto, quelle di ragazzo e quelle di uomo, era una persona con un fisico imponente, con una bella faccia su cui brillavano due occhi sorridenti e ironici. Aveva la barba, in molte foto, e una gran massa di capelli, diventati poi bianchi, tenuti in una coda molto lunga. Ci teneva tanto, a quella chioma: ne parla nel video, quando ormai, per le cure, aveva perso i capelli, con una certa nostalgia. Pur nella consapevolezza della malattia, aveva ancora moltissima speranza di farcela.
So che aveva lavorato fino all’ultimo.

Insomma, alla fine ne ho parlato. Una persona interessante e dai molti interessi, che ha lasciato molti germogli. L’associazione voluta dalla moglie Maresa e da un gruppo di amici di Corrado, credo che abbia proprio l’intenzione di lavorare su questi germogli. La manifestazione di oggi è la prima tappa di un cammino tutto da percorrere.
Nel libro su Roma di cui ho parlato la volta scorsa, è citato anche Corrado Sannucci.

Da lì traggo uno stralcio di una sua canzone. (A casa, a casa)
A casa, a casa, 6,30 esatte
A casa, a casa, via dalla notte
E la notte è già luce del bagno
Un sapone di calce e di stagno
E la calce è già muro in cucina,
La cucina si squaglia nel latte
Ed il latte è già sveglia profonda
Lei ti guarda e sembra nasconda
La tua casa e poi dietro la porta
Dov'è che finisce la porta
Dov'è che comincia la strada
Dov'è che la strada dovunque essa vada
Che poi ridiventa il portone
Dov'è che il portone si sdraia a scalino
E le scale si allargano a stanze
Dov'è nella stanza la sedia che siedi
Dov'è che poi appoggi i tuoi piedi
E i piedi diventano tavolo e foglio
E il foglio diventa rumore
Dov'è che il rumore diventa una voce
E tremore diventa scrittura
E la scrittura diventa una macchia
la macchia s'allarga col tempo,
Dov'è che il tuo tempo diventa un'attesa
La stessa che imbocca le scale
E la scala si drizza a portone
E il portone si sdraia per strada
Dov'è che la strada dovunque essa vada
Che poi ridiventa la porta
Dov'è che finisce la porta, e sei
Ancora a casa, ancora a casa...

mercoledì 3 novembre 2010

DI NUOVO DENTRO UN LIBRO: MIMMO LOCASCIULLI E ROMA


Mi sarà rimasta ancora qualcosa da scoprire, su M.L.? Io penso di si, che ci sia molto altro, oltre le notizie in mio possesso che ho prontamente trasferito su questo spazio. Sono sempre stata molto felice quando, e ormai mi è già accaduto parecchie volte, avendo maturato la convinzione di essere arrivata a raschiare il fondo del barile, in maniera del tutto inaspettata, o casuale, nuovi spunti si sono offerti alla mia inesauribile curiosità. Nel caso specifico di oggi, si tratta di un libro, Roma, suoni dai sette colli : guida alla citta e alle sue canzoni / Alessia Pistolini Civitella in Val di Chiana, Zona, 2006, che, confesso, ho acquistato perché sapevo che, dentro, ci avrei trovato la viva voce di Mimmo Locasciulli, la sua testimonianza. L’autrice, alla quale, forse senza farne il nome, avevo più volte fatto riferimento, ha in più occasioni intervistato e recensito Mimmo, nel corso della sua attività di giornalista musicale. In questo lavoro, che è una vera e propria guida di Roma, strutturata in capitoli dedicati ai singoli rioni, e quartieri, (c’è differenza) proponendo itinerari e raccontando monumenti, o dedicando piacevoli “interludi” ad aspetti della città, attraverso le canzoni di diverse generazioni e di cantanti e cantautori, che l’hanno, ciascuno alla sua maniera, celebrata, ampio spazio è lasciato alle testimonianze di alcuni di essi. Ciascuno secondo la sua esperienza e sensibilità, raccontano il rapporto con la città.
Mimmo Locasciulli non ha dedicato canzoni a Roma, la città è menzionata esplicitamente in una sola canzone, Alice è felice, ma, vivendo una buona fetta della sua vita nella città, ed essendo Egli costantemente ispirato dai vari input non è escluso che, indirettamente, la sua produzione ne sia stata influenzata. A ben pensarci, la città è citata a anche in Povero me, ma qui la responsabilità è condivisa con il coautore. Cammino come… un deragliato… (deragliato è insuperabile)… per le strade di Roma. (Per le strade di Roma è anche il titolo di una canzone di Francesco, che si trova in Calypsos, uno dei miei album preferiti, tra i recenti.) Forse in una grande città il senso di deragliamento, di scoramento è ancora più forte.
L’autrice del libro riporta alcuni versi molto noti di Intorno a trent’anni, …Con una città che sa menare le mani e con un pugno ti stende per terra. Sarà Roma la città, o sarà un sublimato di città? Il rapporto che M. ha con la capitale, lo ha in più occasioni molto ben descritto egli stesso, in particolare in quella pagina in cui fa riferimento alla sua anima abruzzese. Sintetizzando, Roma ha avuto e ha un ruolo importante nella sua vita, lo ha plasmato, ha tracciato le sue rotte, ma non lo ha inglobato, fagocitato, posseduto; la sua identità abruzzese è molto netta; nella città vive e opera (in senso stretto e in senso lato) ma per quanto possa essere stimolante, appare evidente che è a lui più confacente una vita in una dimensione più a misura d’uomo, più a contatto con la natura, che gli permette di ritemprarsi e di ritrovare le energie che la grande città - con il suo traffico, i suoi impegni incalzanti, i continui squilli del telefono, (spegnilo, ogni tanto, almeno uno) i contatti, i tempi stretti - assorbe.
Durante i primi anni a Roma, dichiara Mimmo Locasciulli, la città per lui era l’Università, la casa dove abitava, e la casa di un cugino proprietario di un atelier con clientela selezionata, (sarà quello molto noto che ha dato al marchio il nome delle isolette dell’Adriatico?) dove trascorreva molte serate. E poi naturalmente il Folkstudio, che quando lo frequentava lui, era nella sede di Via Sacchi. (Inciso: il Folkstudio è una colonna portante del libro, se ne parla moltissimo. Anche in riferimento alle diverse sedi che ha avuto. Per Lui, il Folkstudio è quello di Via Sacchi. Nella sede precedente di Via Garibaldi, non c’è mai stato. In quella successiva di via Frangipane, dove il locale si era trasferito intorno al ’92/’93, non ci ha più messo piede, perché evidentemente quel tempo a lui caro, quelle atmosfere, la pulsione eroica nella musica, ormai forse non c’erano più.) Insomma, percorreva sempre le solite strade note, da buon abitudinario come dichiara di essere.
Pare che a distanza di tanti anni continui a non avere una completa padronanza della città, a non conoscere i nomi di tante strade, e a non sapere come arrivarci, per cui si avvale delle consulenze dei figli, che a Roma si spostano con molta disinvoltura. Secondo me è un vezzo, un altro modo per mantenere un affettuoso contatto con loro, che magari altrettanto affettuosamente lo prendono in giro. Insomma io mi immagino questi bei quadretti familiari, Mimmo già pronto di tutto punto, in giacca cravatta e camicia chiara e borsa portadocumenti, perché ha un impegno di lavoro, Matteo appena alzato in pigiama e molto spettinato, le marmellate di loro produzione sulla bella tovaglia del mattino, l’uovo à la coque appena deposto da Bianchina, il profumo del caffè… Papà, allora devi passare per… poi svolta a destra, poi ti trovi davanti alla rotonda… ma quando imparerai a usare il navigatore satellitare? Mai, perché le indicazioni di un figlio non sono paragonabili a quelle di un aggeggio elettronico. (Mie fantasie, in cui per i condizionamenti subiti sono portata a immaginarmi certe scenette. Magari di mattina nella casa storica di Mimmo, quella della via del romanzo, tra Esquilino e Monti, Matteo non c’è, in pigiama: è grande, starà da tempo per conto suo.) E poi Roma è dispersiva anche per i Romani veri - dice sempre M. - e si finisce per muoversi con destrezza solo nei luoghi che abitualmente si vivono e si frequentano.

Ormai nel suo quartiere, come accade un po’ dovunque, nelle città grandi e ahimè, anche in quelle meno grandi, scompaiono gli artigiani, i calzolai, i sarti, le piccole mercerie; si vedono solo i lampioncini rossi dei negozi cinesi, i ristoranti multietnici, una dimensione globale che al Nostro non dispiace, ma un mondo cui tutti eravamo almeno un po’ affezionati se n’è andato e se ne sta andando.

Sono riportati nel libro alcuni aneddoti che Mimmo ama ricordare spesso, quando se ne presenta l’occasione. Uno di questi è la nascita di Piccola luce, avvenuta proprio a Roma, di cui ho parlato tante volte, ma siccome, forse, in passato qualche particolare mi può essere sfuggito, ora faccio ammenda e riporto integralmente le parole di Mimmo. Mi tocca per contratto.

Per esempio Piccola luce è stata scritta nel ritorno dall’Acea, che sta lì a Piazzale Ostiense, sul tram numero tredici che mi riportava a Via M., perché ero stata a pagare le bollette della luce, e la sera prima o due giorni prima al Folkstudio c’era stato un concerto di un duo – Ettore e Carolina De Carolis, che cantavano le canzoni della Valle del Pescara, folklore abruzzese – e avevano inciso un disco di canzoni abruzzesi intitolato Stelluccia del cielo non ti scurire. Quindi, tra l’Acea dove andavo a pagare la luce, e Stelluccia del cielo non ti scurire, sul tram numero tredici è nata in cinque minuti una canzone.

Un altro episodio che M. racconta sempre è quello dell’unico spettatore presente al suo primo concerto serale al Folkstudio. ll gioco di sguardi, la comunicazione non verbale tra i due, e tutto il resto, li conosciamo. La cosa però ha avuto un seguito simpatico. Un bel po’ di anni fa, a una trasmissione radiofonica (quante me ne sarò perse negli anni del mio parziale oblio, ma come mi sono applicata per recuperare…) ricordò, forse per la prima volta, la storia degli occhi che dicevano Ehi amico guarda che ho pagato il biglietto e tu canti anche se sono solo, e degli altri occhi, che di rimando, - Ehi amico ti prego non te ne andare - e dopo una settimana gli arrivò una cartolina dell’unico spettatore, Caro Mimmo ero io, sai faccio il medico a Ostia. Terreno comune… Magari era un suo collega alla Sapienza e lui non lo sapeva.

Tornando alle considerazioni sulla città, Mimmo pone l’accento su un fenomeno che si verifica spesso, purtroppo, non solo a Roma: la mancanza di partecipazione e solidarietà, l’incapacità di intervenire a sostegno di qualcuno in difficoltà, o peggio di qualcuno brutalmente aggredito e lasciato a terra. Indifferenza o paura? A me da poco è capitato di sentirmi un verme perché su un autobus, un signore molto anziano ha rimproverato un ragazzotto che teneva i piedi sul sedile di fronte. Apriti cielo, il bullo ha avuto una reazione aggressiva che rischiava di non essere solo verbale. Io fremevo, ma non sono intervenuta, avendo rischiato in altri casi simili, col mio intervento, di essere malmenata, ed essendo stata più volte insultata. Mi sono sentita un verme ugualmente, ma quello era un tipaccio: ho avuto paura e, magari vigliaccamente, non sono intervenuta.

Ancora Mimmo racconta di essere estasiato, (anzi folgorato, dice, per essere precisi; mi sto rendendo conto di quanto inflazionata sia la parola che ho scelto per il titolo, ma non ci posso fare niente, non ce n’è un’altra che renda l’idea così bene, banale e inflazionata quanto si voglia) e al contempo irritato da ciò che vede ogni volta che attraversa la città.

Pone l’accento anche sulla mancanza di accoglienza nei confronti dell’altro, del diverso, dello “straniero”. Trent’anni fa non l’avrei detto, ma forse trent’anni fa non c’era il problema.

Altre considerazioni su come cambia la città, nel corso degli anni, su come cresce e si estende a dismisura. Il ricordo della visita alle borgate, sulla scorta di suggestioni pasoliniane, la scoperta di una realtà totalmente sconosciuta. Lo stupore nel vedere un uomo che dormiva per strada, al suo arrivo a Roma, poi, durante il primo viaggio a New York, un barbone a ogni passo, cosa che evidentemente a Roma non accadeva ancora, mentre oggi…

Infine un ultimo accenno a un aspetto spinoso, un riferimento “alle maleducazioni” della gente, dalle quali, se c’è una popolarità, devi pure difenderti, mettere dei paletti, in primis in ospedale, e poi al ristorante, al semaforo (vecchi discorsi, affrontati in passato). Il tipo che mentre sei in ospedale, nel tuo ruolo di medico, in una circostanza particolarmente seria, ti apostrofa con un 'A Mimmo, e ti dà una pacca sulla spalla. In ospedale, al ristorante, al semaforo, dovunque, è una questione di educazione e di opportunità, di rispetto dei luoghi, dei ruoli, delle persone con cui sei, e di buon gusto. A un saluto educato, a un sorriso, che vuol essere un omaggio, e che non chiede altro, si può rispondere tranquillamente ovunque, anche col camice. (Lavato e stirato: da poco sono stata in ospedale e mi ha visitato un medico con un camice che non vedeva acqua saponata e ferro da almeno un lustro; non sono dettagli, anche qui c'è una questione di rispetto.) Su questo penso concordi anche Mimmo. Cosa c’entra con Roma tutto questo? Evidentemente in massima parte gli accadono a Roma, questi spiacevoli inconvenienti. Da lì eravamo partiti.
Basta, se qualcuno è interessato a sapere cosa racconta Mimmo, tutto tutto tutto, e cosa raccontano l’autrice e gli altri intervistati, lo compri, il libro; magari è fortunato come me, e nella sua città c’è un deposito della casa editrice Zona, che dedica molta attenzione, tra l’altro, alle tematiche musicali.
Siccome stasera sono molto minacciosa, prometto una nuova prossima incursione in un altro libro pubblicato dalla stessa casa editrice, che ho comprato indovinate perché? C’entrerà il nostro amico giustamente infastidito dalle “maleducazioni”?
Ai post l’ardua sentenza…

lunedì 1 novembre 2010

BELLA ANNATA, IL 1949!


Non potevo non domandarmelo, ne', pur non avendolo programmato, potevo alla fine rinunciare a far prendere forma scritta al pensiero che mi ha tenuto compagnia, fin da questo pomeriggio: "Ma ci sarà ora, mentre scrivo, Mimmo Locasciulli, all'Auditorium, a godersi la proiezione, in anteprima, del documentario di Thom Zimny, The Promise: the Making of Darkness on the Edge of Town, che racconta la genesi di un disco epico, e a respirare la stessa aria di uno che apprezza molto, The Boss? Chissà, io propenderei per il si. L'occasione, per chi può, e di quelle da non perdere. Mimmo e Bruce sono coetanei, (bella annata, il '49) hanno iniziato più o meno nello stesso periodo (il primo album di Bruce è di qualche anno prima rispetto a quello di Mimmo) si sono nutriti, musicalmente parlando, di cibo comune, e entrambi possono raccontare di concerti sotto la pioggia scrosciante, e di pubblico entusiasta che dalla pioggia non si lasciò minimamente scoraggiare. Bruce è cresciuto nel New Jersey e come ormai sanno anche i sassi, il nonno materno di Mimmo, Domenico, vi trascorse un po' di anni, lì, prima di far ritorno in patria. Il nonno materno di Bruce invece ci rimase, negli States, dopo esservi approdato dalla Campania. Sicuramente hanno degli amici comuni, i due ragazzi del '49. A Bruce piacerebbe molto il vino di Mimmo, ma a chi con un po' di sale in zucca e di curiosità nell'olfatto e nelle papille gustative non piacerebbe? Per inciso, a Roma piove anche stasera, e anche qui, nell'estrema propaggine dell'Africa del nord, ma non abbiamo Bruce, stasera, e neppure Mimmo.


Breve come raramente mi capita di essere, che non mi metto certo a parlare del Boss, che tra l'altro ha un sito ufficiale molto esauriente, e sul quale veramente c'è tantissimo materiale ovunque.


Domani leggerò i giornali, che dedicheranno ampio spazio all'evento. Andrò dritta alle pagine dello spettacolo, che il resto mi ha stufato.


lunedì 25 ottobre 2010

SARÓ LA PRIMA A COMPRARLO!


Sono ancora una volta la donna più felice del mondo, e sapete perché? Un segreto che non dovrei svelare a nessuno, ma devo, devo, devo confessarlo, altrimenti potrei scoppiare di felicità (e mi viene in mente una scena del film dei Monty Peyton, Il senso della vita, non so come mai…), e perché non posso tenerla tutta per me, questa felicità: sono stata a casa di Mimmo Locasciulli, la casa di campagna, dove, si, ero già stata qualche altra volta, ma l’ospite nelle precedenti occasioni era stato un po’ meno generoso, mi aveva tenuta al guinzaglio; oggi invece, libera, mi sono “sguinzagliata” non dico dovunque, ma in diversi ambienti ho potuto girare liberamente e osservare con molta più calma e attenzione. Ogni passo una beatitudine, ogni oggetto una curiosità soddisfatta, ogni angolo una storia. Casa calda accogliente ornata vissuta, piena di oggetti, piena di colori, piena di tessuti, ma piena soprattutto di buon gusto. Il tanto, che è tanto davvero, non è troppo, almeno per me, che non amo per niente le case fredde, monocolore, minimaliste, ma detesto il fronzolo, il ridondante, il kitch.


Qui è tutto perfetto. Ci sono delle ceramiche bellissime, dipinte, colorate e bianche, o semplicemente di terracotta invetriata. Ci sono scatole di latta, quadri, stampe, una vecchia carta geografica ancora con la dicitura "Abruzzi Molise", utensili da cucina di tutti i tipi, molte fotografie; c’è l'angolino degli scacchi (Mimmo scacchista, gli avevo dedicato un ammiratissimo minuscolo post) dove gioca con il figlio (chi?) c’è una cucina che da sola è un capolavoro non solo per l’aspetto, ma soprattutto per la quantità di prodotti di qualità, (molti preparati dai padroni di casa, che producono anche la frutta, hanno le galline, hanno l’orto, per il quale, immagino, corra copiosa l’acqua…) perché - dice Mimmo - io sono un fanatico del mangiare. (Lo sapevo, anche prima di averne la certezza, o meglio, come dire, lo percepiva il mio sesto senso: perché io debba provare un simile interesse per qualcuno la musica da sola non basta, ci sono sempre di mezzo, cibo, vino e libri, testa e cuore e voce.)


Quello è il mio studio - dice indicando il suo regno, la cantina, dove produce il suo Montepulciano d’Abruzzo, che mi riesce abbastanza bene - aggiunge. Insomma, io non è non mi fidi delle alate parole di Mimmo Locasciulli, ma le mie papille gustative mi chiedono una conferma. Allora mettiamolo in commercio, questo Rosso Saraceno, Montepulciano d’Abruzzo, tenute Locasciulli, corposo, gradazione alcolica intorno ai 13°, rosso rubino con riflessi violetti, ottimo con primi robusti, arrosti, arrosticini, cacciagione, pecorini d’Abruzzo e non, l’importante che siano prodotti buoni, nel senso locasciulliano del termine, e cioè gustosi, sani e genuini.


La dispensa di casa Locasciulli trabocca di vasetti di olive, cipolle, verdure sott'olio, marmellate, miele, tutti molto invitanti e civettuoli con le loro etichette e cartine smerlate, e arnesi d’obbligo per ogni cuoco che si rispetti, coltelli, macchine tradizionali per preparare la pasta, tritatutto… E poi ancora una collezione di oggetti di rame, di ceste, ancora ceramiche e terrecotte. Mi domando, da donna che per lunghi anni ha collezionato oggetti, scatole di latta, portauovo, piatti e altri utensili di ceramica, e che da qualche tempo ha detto basta, chi si occupi della manutenzione di quella casa, chi spolveri, chi lavi, chi sposti e rimetta nello stesso modo quella enorme quantità di oggetti. Chiunque sia, padrona di casa, (ruolo comunque impegnativo di supervisione) o collaboratrice, ha il suo bel da fare. Una casa che necessita di cure continue.


Il pezzo forte di una casa che ha parecchi pezzi forti è un bellissimo e grandissimo mobile abruzzese da emporio, di legno scuro, si, proprio uno di quelli che, come spiega il padrone di casa, costituivano la colonna portante dei vecchi empori di paese, dove si vendeva di tutto, dalle candele al carburo, dai chiodi alle stoviglie, dai quaderni ai prodotti alimentari, che doveva contenere tutte queste cose. In via di estinzione, questi empori, ma qualcuno ancora resiste. Ci sono altri bei mobili antichi, c’è perfino una acquasantiera grande, di quelle che si trovano in chiesa. Un certo numero di poltroncine, con belle tappezzerie, di seggioline impagliate, di deliziosi angolini.
I mobili e gli oggetti sono stati scelti con gusto e passione dalla padrona di casa, e si vede, che c’è amore, lì dentro, e anche tanto tempo speso dietro a quella passione.


C’è il pianoforte, chiuso, per esigenze di famiglia, dice Mimmo sorridendo, diventato un ripiano dove alloggiano foto (una di Penne dei primi del secolo), scatoline di porcellana, forse c’è qualche uovo Fabergé, o se non c’è, ci starebbe bene, su quel piano, e altri oggetti ancora.


Poi c’è ancora l’altro regno di Mimmo, il famoso studio di registrazione, suo orgoglio al pari della cantina, (che sta sotto, e si vede attraverso una “finestra” di vetro ricavata nel pavimento) su cui le telecamere si soffermano con lentezza. Le telecamere si soffermano con lentezza anche sulle manone (tuttavia curate) da contadino abruzzese di Mimmo, o da scalpellino, come il babbo di John Fante, che raccontano tanto di lui. Le telecamere si soffermano anche sulle fotografie che ritraggono i componenti della famiglia, la mamma (professoressa di filosofia, cui Mimmo da ragazzo saccheggiava intere collane filosofiche, come sappiamo) mentre ricama; ora è novantenne, come la mia; alcuni bambini piccoli. Ho capito bene? Ha detto davvero Questa doveva essere la casa per il figli, per i nipoti, che dovevano arrivare e sono arrivati? Mimmo è nonno e io non lo sapevo? Queste sono cose che le biografe, perquanto non autorizzate, dovrebbero sapere, ma il padrone di casa, giustamente, gli affetti personali se li tiene per sè. Sanno però con certezza, anche se non gliel’ha detto nessuno, alle biografe, che sia che lo sia già, sia che debba diventarlo, sarà un nonno tenero, affettuoso, attento, magari senza eccesso di effusioni, o meglio senza troppe smancerie, ma un nonno che avrà tante cose interessanti da far conoscere ai suoi nipoti.


Insomma non è che ci sia stata proprio, in casa Locasciulli di campagna, ma mi sono talmente immedesimata, che mi è davvero parso di esserci stata. Per fortuna ogni tanto capitano delle inaspettate sorprese, come il bel programma, che è andato in onda su un canale satellitare, Leonardo TV, e si intitola Passepartout, Ospite a sorpresa. La conduttrice, una bella signora mia coetanea, attrice nota, Laura Lattuada, è anche lei, come la giornalista citata nel precedente post Isole, Unadonnamoltomoltooofortunata, perché lei c’era, lì, a respirare quella bell’aria di famiglia Locasciulli, e a lei è stato concesso l’onore di un brindisi col Rosso Saraceno.


Io, che Sky non ce l’ho, e non voglio averlo, perché il mio televisore è un mobile raramente messo in funzione, e già mi basta e avanza l’intrico di fili di decoder e lettori e prese scart, ho dovuto chiedere a un signore gentile di registrarmi la puntata a casa di Mimmo. Per me era di vitale importanza. Questo signore gentile mi ha detto tu sei pazza e sei malata, (incurabile, malattia cronica con cui si convive bene) forse perchè gli ho messo un po' di fretta, ma ha svolto molto bene il suo lavoro, e io ora ho un altro giocattolo, anzi veramente ne ho anche altri due, che mi sono procurata da sola, perché evidentemente questo è un periodo di abbondanza, per il mio blog sfigato, (nel senso che ho materiale sul quale lavorare) cui seguirà inevitabilmente uno di carestia.


Così va il mondo: il mio blog rimarrà sempre molto sfigato, ma io ogni volta che ci scrivo sono contenta, perché pur non essendo una felicissima di base, ho di buono che sono facilmente accontentabile. Mi basta davvero poco, un libro, un incontro, una canzone, un bicchiere di vino, un Dvd con dentro la casa di Mimmo Locasciulli, uomo gentile attento e tenace, come lo ha definito la conduttrice, e romantico, come ha aggiunto lui, di un romanticismo un po’ cupo che si nutre di cieli plumbei bufere e cime tempestose. Sangue romantico, tramonti e foschia, niente di più, niente di più, era tutta lì, era la vita mia. Invece questa vita è davvero molto di più, piena di tante cose.


Avessi dedicato un blog a V.R. - mi ha detto una mia, spero, nuova lettrice, (chissà se rimarrà o fuggirà, io ho qualcosa che talvolta, attrae, ma purtroppo o magari per fortuna, più spesso fa fuggire, blog a parte) che, udite udite, conosce Mimmo Locasciulli, anche benino, sembrerebbe, - avresti avuto molti più lettori. Si, può darsi, ma a me di V.R., con rispetto parlando, e pur apprezzando molto certe sue canzoni, cosa me ne può importare?


P.S. ma giocherà anche a golf, Mimmo Locasciulli? Ho visto un set di mazze da golf, che sono state inquadrate con grande attenzione. Quest’uomo è una scatola cinese, una matrioska: ogni giorno ne scopro una, e quello che non si vede è di sicuro ancor meglio di ciò che appare.

P.S. bis. Ho visto un cane, un bel pastore tedesco con lo sguardo buono, ma di lui non so niente, e sui cani, miei amici come i gatti, non me la sento di inventare niente, perchè li rispetto troppo. Ciao cane di Mimmo!

venerdì 22 ottobre 2010

ISOLE


Amo le isole, come entità geografiche e come metafore. Isola: mi piace la sequenza di suoni che compone questa parola. Io sono un’isolana, credo da mille generazioni, anche se il cognome di mia madre è uguale a quello di un borgo della provincia di Viterbo, e si dice, se ne ha il sospetto, che quelli con quel cognome, che è caratteristico solo di due paesini della Barbagia del sud, siano fuggiti da quel borgo e si siano stabiliti nel cuore della Sardegna, non si sa bene quando, ne' perchè. Se ciò fosse vero, avrei lontanissime ed annacquatissime tracce di sangue “continentale”. A furia di viverci nell’isola, avendo dentro di te i geni di chi ugualmente ci ha sempre vissuto e ti ha preceduto, finisce che non ce l’hai solo nel sangue, ma anche nel carattere, e nelle sembianze. Mi sento profondamente “Isola”, di quelle piccole isole battute dal vento, pietrose e scoscese, quasi senza approdi, ma facilmente raggiungibili in alcuni punti nei giorni di mare calmo. Di quelle isole che se ti senti male puoi rischiare la pelle, perché raggiungere la terraferma è troppo complicato: così mi sento, a volte, e se ne accorgono anche gli altri, almeno quelli che non si fermano alla superficie del mio fare disinvolto, che mi farebbe piuttosto assimilare a una città continentale, grande, piena di vita e di ponti e di legami, di scambi e di voci. Mi preferisco isola, ma per poter sopravvivere devo essere un po’ anche città continentale.

Che pensieri susciteranno le isole nel mio cantante? Le frequenterà? Le uniche isole delle quali l’ho sentito parlare sono, arcipelago giapponese a parte, la solita Idra, dove però non è stato, ne’ da giovane, ne’ più tardi, e poi Lampedusa, dove, come già riferito qui, ma di tanto in tanto è inevitabile ripetersi, andò in occasione dell’evento della Porta dei Migranti. A Lampedusa il mare è bellissimo - ha raccontato Mimmo Locasciulli - ma lui non ha davvero avuto il coraggio neppure di bagnarsi i piedi, a pensare a quanta gente c’è morta, dentro quel mare, e probabilmente è diventata cibo per i pesci, perché non ne è più emersa. Da nessuna intervista o conversazione sono venute fuori altre isole. Nella sua vita di viaggiatore entusiasta, ne avrà visitato altre, immagino, ma dei suoi viaggi personali, che io so frequenti perché ne ha fatto accenno lui in un suo raccontino dal titolo Idee per un viaggio, e anche perché ha scritto una canzone, Portamenti turistici, (Tango dietro l’angolo), bella di una bellezza per me appena incrinata dalla presenza nel testo di una parola che non amo, approccio, (chissà, magari per lui è una bella parola, o semplicemente rispondeva bene a un concetto o a questione di metrica), non trapela molto. Parlo di viaggi privati, non di lavoro, che quelli li conosciamo e ne abbiamo più volte parlato. Magari un giorno a qualcuno verrà in mente di invitarlo a una trasmissione di viaggi alla radio, o su un canale satellitare, e allora, chissà, sapremo che paesi ha visitato, se ci sono delle isole amate, grandi o piccole.

Un’isola piccola dove è stato spesso è l’Elba, ci ha suonato diverse volte, all’interno di alcune delle manifestazioni della Rassegna Toscana jazz; forse anche quest’estate, anche se deve essere stato un concerto semiclandestino, di cui non è apparsa traccia neppure sul suo sito. Mistero. Più o meno deve essere stato nei giorni di Effetto Venezia, ma forse era una cosa per pochi adepti. In una occasione, nel 2005, e questa parrebbe una notizia fondata, un temporale d’agosto si abbattè sull’Isola, proprio mentre Mimmo Locasciulli si esibiva. Egli, non nuovo a questo genere di cose (Svizzera docet) continuò al riparo di un ombrellone, così narrano le cronache, il suo concerto, e il pubblico locale non si lasciò, al pari di quello svizzero, spaventare dagli scrosci del cielo, ma rimase impassibile a seguire il concerto. Qui non c'erano neppure biglietti da ottanta euro... Potere della voce del mio nume, che mai come in questi casi potrei assimilare a un’antica divinità vestina della pioggia, nonché della folgore.

L’Elba non può non farmi venire in mente Napoleone. Gli interesserà Napoleone come personaggio, avrà letto qualcuna delle numerose biografie che gli son state dedicate? A me del “Corso” (altra isola, la Corsica, vicina vicina alla mia, ma per noi del sud, arrivarci è un viaggio, e per tutti un’avventura, se nelle Bocche tira vento) ha colpito il fatto che fosse un estimatore del Werther, come me: mi posso vantare di avere in comune un certo numero di cose, con il Corso: essere un’isolana, non propriamente altissima di statura, avere la presunzione di pensare velocemente, soffrire di malattia da reflusso gastro-esofageo, amare Werther, ed essere una "epistolografa" appassionata (i destinatari meno). Per diventare imperatrice forse ormai è tardi, ma visto come si può finire, è meglio così.

Un’isola grande dove a dicembre (il 16) Mimmo andrà a suonare, è la Sicilia, dove è stato altre volte, dove gli hanno consegnato un premio (vedi post sui premi) dove ci sono artisti che stima, e dove ha anche un certo seguito, se un gruppo nutrito di baldi giovani si è recato in trasferta, ad ascoltarlo, a centinaia di chilometri di distanza. Trinacria insula felix, perché hai l’onore di ospitarlo. Il luogo dove si esibirà, a Palermo, rispecchia in pieno la tipologia classica di luoghi dove lo incontriamo più spesso, e cioè spazi culturali polivalenti, non troppo grandi, dove in genere si può anche mangiare e bere. Il locale in questione si chiama Agricantus, come un noto gruppo siciliano (ma la cantante è, udite udite, svizzera della Svizzera tedesca) che avevo scoperto tanti anni fa, forse nel 1998, durante una casuale visione del concerto del 1° maggio in Piazza San Giovanni. Io come al solito sono arrivata tardi, la loro storia inizia molto prima, Fanno una musica ricca di suggestioni e commistioni di generi e anche di lingue, gli Agricantus, e ne sono molto affascinata. Chi ne avesse voglia entri nel loro sito http://www.agricantus.info/e si documenti e si gusti anche un assaggio della loro musica.

C’è un’altra Isola, dove ho più volte trovato Mimmo Locasciulli, ed è un’isola virtuale dove è stato più volte intervistato e recensito, in particolare da una giovane signora della quale penso, va da sé, che sia una donnamoltomoooltofortunataaa.

Isole a parte, sono davvero poche le regioni d’Italia dove non ho trovato traccia del passaggio del Dottorecantautorecolcappellopiegatosulsuopianoforte. Poche poche: una di queste è la mia Isola, Ichnusa insula tristis, almeno per me. Non faccio più, tuttavia, alcun appello per averlo qui. A parte il fatto che non ne terrebbe conto alcuno, del mio accorato appello, evidentemente ci sono motivi validi, e sono convinta che non abbiano niente a che vedere con il suo gradimento personale del luogo, (nel qual caso non ne farei una questione d’altro, se non di gusti, perché non sono di quelle che Sardegna = paradiso in terra ad ogni costo) ne’, come qualche malizioso buontempone potrebbe sostenere, paura di una mia eventuale reazione da fan troppo assatanata, di quelle che ad ogni costo pretendono una reliquia del divo, un brandello di camicia, una falda di cappello, una ciocca di capelli, (giammai, non ne mollerebbe uno) o chissà che altro. Ma a uno come lui, che certo non incoraggia atteggiamenti simili, (una deve essere proprio sconsiderata, sarebbe come spingersi in un campo circondato da filo spinato, disseminato di mine) sarà mai successa, in passato, qualcosa di simile? E se si, come avrà reagito? Pagherei oro per saperlo.

Una fan, pronta a tutto, del suo amico Francesco, racconta di essersi introdotta, fanciulla, dentro la macchina dell’artista, proprio quando quello ingranava la marcia per partire. Il fatto avvenne nel 1984, dopo un glorioso concerto di Mimmo, acclamato da una folla immensa, a Pescara. F. doveva essere parecchio distratto perché, a detta della fan medesima, neppure si accorse della clandestina a bordo. La fanciulla, nel frattempo divenuta donna, anni dopo coronò il suo sogno, lo incontrò e scambio una ispirata conversazione col suo diletto. Ti ricordi? Sono io quella della macchina, quella che si artigliò al sedile... - A dire il vero, no, non mi ricordo…

Se l’artista è meno distratto come è opportuno si comporti in questi casi? Signorina scenda o chiamo la polizia? Scendo io e le lascio la macchina? Ma, altro mistero.

Finalmente, che emozione… - La piccola donna è tutta un rossore e un balbettio - Sa, sono io quella che scrive di Lei, sul blog sfigato, da più di un anno…
Signora, mi spiace, non so di cosa parli, non ho mai letto una parola e francamente penso pure di non essermi perso molto: detesto i blog e gli incauti esternatori che vivono le vite degli altri non avendone una propria. E ora, se vuole scusarmi, il mio pubblico discreto, attento e sensibile e non grafomane, mi aspetta.

E l’incauta ammiratrice dopo la bruciante Waterloo, decise che era giunto il momento per lei, di ritirarsi su un’isola deserta, poco più che uno scoglio, a rifarsi una vita da… monade (le ha citate in più di un’intervista, le monadi, quel filosofo mancato per un soffio) dentro un faro dismesso e fatiscente.

giovedì 14 ottobre 2010

SPIRITO DI SERVIZIO


La tristezza mi ha preso - perché? Neppure la musica oggi mi consola - è già notte tarda, e non ho voglia di dormire; non so cosa mi manca - e ho già più di vent'anni. F.C.

Non ho mai capito perché si debba pronunciare Sciopen, se non è francese, ma polacco, dice il mio inclito nume, in quella piacevole conversazione sui libri svoltasi nella sua magione romana e andata in onda alla radio. La risposta è molto semplice, caro Mimmo Locasciulli. Il grande musicista, che tu consideri un genio e al contempo un pazzo (solito binomio di genio e follia), era nato in Polonia, in un luogo che si chiama Źelanowa Wola, presso Varsavia, da madre polacca, Justina Krzyźanowska, e da un signore francese di Nancy, Nicolas, che faceva l’insegnante. Ecco chiarito il mistero, che evidentemente tale non è. I Francesi hanno l’abitudine di francesizzare tutto, puoi capire se il genitore di Chopin, per quanto pienamente inserito nella nazione d'adozione, avrebbe potuto pensare di pronunciare, secondo non si sa bene quale pronuncia polacca, il suo cognome francese. Te, i tuoi amici francesi non ti chiamano Mimò? Me, qualcuno che ne conosco, Sandrá.
Dette queste cose interessanti e sperando che se non altro un po’ pazza mi consideri (io ne sarei davvero onorata e sottoscriverei) ti risparmio il resto della biografia del musicista.

Non è che io fossi a conoscenza del padre francese. La mia fonte è la solita Enciclopedia italiana, che mi soccorre in tante occasioni. A dire il vero mi stavo per muovere in altro senso, cioè avrei chiesto a un ragazzo che conosco, che è stato per studio in Polonia e si è fatto un sacco di amici, di fornirmi lumi. La mia ricerca è stata più veloce di un’eventuale e-mail di risposta dei suoi amici polacchi.

Poi vorrei aggiungere una considerazione. Sei sicuro che in Polonia non ti conosca nessuno nessuno? E in Turchia, e in Algeria, e in Russia, e in India, e in Ucraina, e in Romania, per parlare di luoghi un po’ lontani dai tuoi soliti circuiti extra-confini, in cui come spesso afferma chi ti intervista, sei famosissimo? A dei signori molto compiti della Svizzera tedesca, venuti a visitare la Biblioteca dove lavoro, non ho resistito e gliel’ho chiesto, prima se conoscessero l’amico Büne, e la risposta è stata affermativa (mi hanno guardato un po’ sorpresi, anche se io ho colto la palla al balzo, per attaccarci questa cosa che altrimenti sarebbe stata un po’ appesa, prendendo spunto dal fatto che, nella nostra sala settecentesca, si svolgono spesso manifestazioni musicali…) e poi se conoscessero il suo amico Mimmo. Lo conoscevano. Oh, si ha esclamato uno di loro, il dottore cantautore, il chirurgo… bravissimo. Parlava in tedesco, una signora traduceva in italiano, ma quella frase l’ho capita anch’io. Si però, attenzione, - mi sono permessa di aggiungere - ha messo delle barriere invalicabili tra le due professioni, per cui se andate a sentire un suo concerto, non chiedetegli se vi può controllare l’ernia inguinale o il lipoma del collo, e, se andate da lui per un consulto, evitate di fare riferimento al fatto che siete dei fans svizzeri, e che vorreste che vi intonasse Hotelsong. (Magari con gli Svizzeri, che per natura sono rigorosi e riservati, è più tollerante.)
Chiuso l’inciso elvetico, famosissimo magari no, ma qualche anima che lo apprezza c’è in tante altre nazioni, davvero le più disparate, ma non saprei dire se si tratti di gente del luogo, o dei tanti Italiani di buongusto in giro per il mondo. E si, perché chi apprezza Mimmo, riservato o esternatore incauto, semplice o intellettuale, sognatore o concreto, italiano o straniero, pazzo scatenato o molto savio, è innegabilmente persona di buon gusto.
Ho fatto sentire a un po’ di gente Guardami bene e sono tutti rimasti estasiati; no, forse è meglio dire estasiate, qualcuna si è anche commossa. Mimmo era ancora giovane, nel ’94, ma interpretava a meraviglia lo stato d’animo dell’uomo protagonista della canzone, che si presume più maturo. Chissà se l’ha mai ri-cantata, a parte l’occasione del Tenco del ’94. Chissà! Chissà come la canterebbe adesso, che l’età ce l’ha. Mi addormenterò con questo delizioso pensiero, stanotte, ma prima la ascolterò ancora una volta, Guardami bene, il mio viatico per un sonno, magari breve, ma felice.
Ah, avevo ipotizzato (o auspicato) un testo italiano di Mimmo, ma pare che sia di una delle menti del Club Tenco, il responsabile per i progetti speciali Sergio Secondiano Sacchi.
Almeno nei crediti del disco ho trovato il nome Sacchi e ho pensato a lui. Se così non fosse me ne scuso. Io avrei tanto voluto che il testo, reso così bene in italiano, fosse di Mimmo, per poterlo ammirare ancora di più. Complimenti a chi ha tradotto, (e magari anche un po' tradito?) chiunque egli sia. Ho scoperto anche il libro La tradotta, Storie di canzoni amate e tradite, curiosando nel sito. Sapevo che si era parlato delle problematiche connesse alle traduzioni delle canzoni, all'interno di un convegno tenutosi nell' edizioni del Tenco del 2002, avevo letto il contenuto dei vari interventi, e ne avevo anche accennato in questa sede, ma non sapevo ne fosse nato un libro. Leggere integralmente i contributi, quello di Mimmo in particolare, sarà uno dei miei prossimi obiettivi.
P.S. Non faccio la mimmologa a tempo pieno, anche se così potrebbe sembrare. Ho almeno tre vite (grame), tutte molto interconnesse, senza saracinesche, con tutte le conseguenze del caso. Diciamo che ottimizzo i tempi: è tutta questione di organizzazione, come Egli dice.
Io cerco di seguire il suo esempio, si parva licet.

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