Mimmo & Greg

Mimmo & Greg
Grazie Mariangela, grazie Mimmo!

venerdì 29 gennaio 2010

IL SUO MONDO IN UN DISEGNO



Il raro visitatore estraneo al piccolo giro di lettori che mi conoscono, che dovesse giungere a questo blog non sospinto dal vento capriccioso di un motore di ricerca, mi riferisco pertanto a qualcuno che conosca bene l’oggetto dell’indagine, alla mia domanda: Hai presente la copertina di Sglobal? - Certo - mi risponderebbe - e ne conosco perfettamente la storia. Se qualcuno invece non la conoscesse, intanto lo inviterei a visitare il bel sito di Mimmo Locasciulli, essenziale, scuro, sobrio ed elegante nel layout, ma quanto mai ricco di notizie nel contenuto: entri in Home page, clicchi sulla foto di M.L., si troverà in “indice”; da qui entri in “discografia” e una volta giunto a Sglobal, salvi l’immagine della copertina; la ingrandisca e la osservi con attenzione. Appare subito evidente che è il disegno di una bambina, e che in quel disegno c’è tutta lei con il suo mondo. Di questa bimba che ormai dovrebbe avere circa nove anni, so alcune cose che ho letto seguendo come al solito le tracce di Mimmo, e ciò che ha attinenza o connessione con lui. Di ciò che ho letto, in questo post non desidero parlare, anche se la protagonista è lei, la piccola O., anche se sono tutte notizie pubbliche, trovate in rete o sui giornali. C’è un’amicizia privata, ci sono sentimenti, e non ci sono, anche se avrebbero forse potuto esserci, collaborazioni di lavoro, per cui in punta di piedi esco.

Lascio la parola a Mimmo, trascrivendo la sua risposta ad una domanda nel corso di un’intervista, in cui gli si chiedeva di commentare la copertina dell’album Sglobal.
Una sera avevo a cena una coppia di amici con la loro bambina di cinque anni, O. Noi parlavamo delle nostre cose e lei passava il tempo a disegnare su tovagliolini di carta. Alla fine della serata, sparecchiando, ho visto quel capolavoro di innocenza, semplicità e capacità di sintesi.
In quel disegno c’è tutto: il bisogno di una espressione genuina, sincera e consapevole in ordine all’analisi e all’osservazione del mondo che viviamo, e implicitamente, la scelta delle soluzioni più idonee in ordine alla conservazione delle proprie identità
.”

Intanto una bambina di cinque anni che durante una cena con degli adulti, non essendo in compagnia di altri bambini, non piagnucoli, e non si metta a fare i capricci per ottenere l’attenzione dei grandi, non è un fatto frequentissimo. Le sono bastati dei tovagliolini di carta e delle matite per dare contorni e volti al suo mondo e al mondo più vasto, per narrarlo come una storia. Una bambina tranquilla, ma sveglia, intelligente e sicuramente già amante dei libri e forse con una maturità superiore a quella della sua età. Forse ama anche scrivere, e certo le piacerà giocare con i suoi amichetti, e fare sport, o suonare uno strumento, chissà. Non la conosco, ma mi piace. E me la immagino anche, non so bene perché, col visetto un po’ tondo, con i capelli un po’ lunghi e mossi, con la coda, castano chiaro. La vedo così mentre disegna, a casa di Mimmo, che dopo sparecchia. Questo aspetto mi è molto piaciuto: non che ci sia nulla di strano, o di straordinario, nello sparecchiare, però questa scena familiare di minuta quotidianità mi è piaciuta, l'ho visualizzata. Molti uomini, e non certo con lo "status" di Mimmo, non se lo sognano neppure, di sparecchiare.
Ho apprezzato, anche, molto, che Mimmo abbia deciso di far diventare il disegno della bambina la copertina di Sglobal: un gesto carico di tenerezza, ma anche di considerazione, di stima, di riconoscimento delle qualità della piccola. Trattata da persona. Questo mi ha colpito molto.

lunedì 25 gennaio 2010

COLMIAMO LA LACUNA


Ho sotto gli occhi e tra le mani un libretto di Ardengo Soffici, Marsia e Apollo, Poesie, Vallecchi, 1938. Ho fatto un'operazione azzardata: ho aperto a caso, e il caso mi ha favorito, facendomi trovare una poesia che s'intitola I miei amori: coincidenze, l'amore è proprio il tema cardine dell'approfondita ricerca interiore che ha condotto Mimmo Locasciulli a Idra, l'amore, come giustamente sottolinea l'autore, nel senso ampio del termine e non solo in quello restrittivo tra un essere maschile e un essere femminile. Mi pare ben si adatti a tutto ciò la poesia giovanile di Soffici, e che quanto i suoi versi raccontano sia ampiamente condivisibile, a parte qualche dubbio sulla chiusa.

Prima della poesia alcuni pensieri del poeta futurista, che ci aiutano nella comprensione del titolo dell'opera.

"Marsia non era un insolente rivale di Apollo: era una parte del nume stesso. Marsia era la giovinezza d'Apollo. Arrivato Apollo alla virilità dello spirito, i canti giovanili, sfrenati di Marsia gli sturbavano dentro la nuova serena musica sorgente dalla maturità del suo cuore poetico.

Volle liberarsi da quella disarmonia; e scuoiò Marsia. Ma della sua pelle divina si fece un florido manto, e se ne ornò poi per sempre."

"A vent'anni scrivevo dieci canzoni al giorno e ne buttavo undici, oggi non è più così" dice Mimmo, che non dobbiamo scordarcelo, continua ad essere, pur in buona compagnia, il nostro protagonista, ancor più apprezzato se ci offre spunti per allargare il discorso. Quel giovane entusiasta e prolifico non è un suo "insolente rivale", ma una parte del nume (mi riferisco alla mia definizione di "nume tutelare" del blog) stesso. C'è poco da fare, è tutto un giro di associazioni e coincidenze, molto affascinante. (Per qualcuno un po' forzato?)

Il compito è arduo, ma alla luce di queste nuove conoscenze sui gusti poetici del nostro autore, si potrebbe tentare una lettura delle sue canzoni in chiave montaliana, e non solo. Io qualche influenza l'ho trovata, una in particolare, ma per ora la tengo per me.


I miei amori


Amo tutto: il fratello sole, la luna e le stelle

Che a me versan calore, luce soave e sogni.


Amo la buona terra che mi sopporta e mi nutre

E che mi serba un letto tra le sue brune zolle.


Amo il celeste mare, che largì primo la vita,

Amo il mar tenebroso che la ritoglie cantando.


Amo le bianche alpi vergini e mute in eterno,

i foschi monti querciuti e gli scroscianti fiumi.


Amo l'uomo, pensoso, diritto coll'occhio negli astri.

Che domanda per tutti il suo segreto a Dio.


Amo l'uomo curvato sul solco sterile; l'uomo

Armeggiante sotterra tra miasmi, pallido; l'uomo


Navigante, randagio, famelico nella notte,

O, rabbioso, vermiglio, vociferante in piazza.


Amo la giovine madre che culla il bambino con canti,

La mesta madre che al figlio spreme l'ultimo latte.


Amo la bella amante che imparadisa l'amato,

Che ride e piange e gli dona tutta la gioia del mondo.


Amo la schiava che senza amore nel letto si stende,

Perfida druda o sposa, e mente tra sozze carezze.


Amo anche quella che spegne la fregola immonda all'ignoto

Ebro, che arriva ed entra, ne' sarà visto più mai.


Amo tutto: le bestie laboriose o fameliche, il bianco

Bue, l'asino bigio, la stupida pecora e il lupo.


Amo gli alberi, i sassi, le nuvole, i fiori, le foglie,

Le biade tremule, l'erbe; ed anche i tristi logli.


Amo gli uccelli allegri, i pesci, gl'insetti ronzanti,

Gli umili insetti nocivi amo pure, e i vermi, e le serpi.


Amo ogni cosa che vive, che opra, che soffre. Ma più

Amo il silenzio e la pace tua perpetua, o Morte!

(Da Poesie giovanili, 1901-1908)


Io amo questa poesia. Grazie a Mimmo per l'inconsapevole segnalazione.

L'intervista da cui l'ho tratta è forse la più completa che ho letto finora, e in cui ho colto da parte di Locasciulli un desiderio di raccontarsi mai colto prima, almeno non così urgente.

domenica 24 gennaio 2010

UN UOMO CHE NON CONOSCE LA NOIA



(A parte quel giorno d’aprile, ma è stata un’eccezione, e l’ha risolta brillantemente.)
Dorme pochissimo, ma è sempre sveglio e vispo. Io penso che dorma poco per diversi motivi: il primo, il più importante, è che non vuole perderne nemmeno un attimo, di questa vita che scappa, ahimè, dalle maglie del più razionale e attento controllo; il secondo è che gli bastano poche ore di sonno per sentirsi come nuovo. Il terzo è che quando si fanno cose gratificanti si ha voglia di continuare a farne altre, mentre, ahimè, quando una vita è povera e senza stimoli, spesso nel sonno ci si rifugia. Infine è abituato a star sveglio, da quando, ragazzo si divideva più o meno equamente tra studi, musica e svaghi, e poi quando, da medico, svolgeva i turni di notte. Ora suppongo non li faccia più i turni di notte, essendo primario o come si dice oggi dirigente responsabile, e soprattutto primario del reparto di Day surgery, che, a parte qualche raro caso di complicanza, è quello dove di mattina ti operano e alle sette di sera te ne torni a casetta tua, e ti metti buono buono nel tuo ambiente preferito, evitando tutta l’ansia e tutti i disagi che l’ospedalizzazione comporta. Allora facciamo un riassunto della settimana di Mimmo Locasciulli: il 20 in Calabria, (non ho trovato alcuna notizia: sono ansiosa di sapere cosa ha detto, durante la conferenza, e soprattutto non so in che cosa consista in concreto il premio: una targa? Un anno di abbonamento a Musica News? Un cesto di prodotti tipici calabresi? Una cena a lume di candela con Scilla e Cariddi? Un viaggio premio a Cagliari per seguire l'otto di febbraio lo spettacolo di Carmen al Teatro lirico?) poi sabato, cioè ieri c’è stato il Convegno nazionale di Day surgery. In questi casi smessi i panni da gitano, si indossano quelli da dottore, cioè camicia chiara, cravatta, giacca scura, ma seria, non di quelle un po’ lucide; vanno bene anche i jeans; le scarpe mi pare siano spesso stivaletti un po’ a punta, da rocker moderato, anche con la divisa da dottore. (Questa mise non me la sono inventata, era quella che indossava quando è stato ospite da Onder, e da allora quando ha impegni istituzionali me lo immagino sempre vestito così, con qualche variante: a me piace, io sono pro-uomo non giovanissimo con camicia chiara, dà luce al viso. La camicia scura in certi casi abbatte.) Mi sono sintonizzata telepaticamente con il coordinatore scientifico del convegno e l’ho seguito nei suoi vari interventi: quello che mi è piaciuto di più è stato “Il percorso organizzativo del paziente” ma devo dire che anche come moderatore non è stato niente male. A dire il vero mi sono unita a lui e agli altri al momento del coffee-break, e gli ho pure sistemato il collo della giacca e la cravatta, ma lui ha sentito solo un leggero solletico, e visto una sagoma biancastra che poi è sparita: si è toccato come per scacciare una mosca: ero io, o meglio, era il mio pseudo-ectoplasma. In mezzo a questi due avvenimenti c’è stata la vita "normale", il lavoro intra ed extra moenia, la lettura dei giornali, tutte quelle telefonate, alcune piacevoli alcune davvero noiose, le cene con gli amici o in casa, la lettura degli ultimi articoli degli Annals of surgery, di Der Chirurg, che il tedesco gli piace anche più dell'inglese, a quell'uomo poliglotta, (anche se pensa in pennese) e il cinema, o il teatro, o un concerto. Poi a mezzanotte, anche più tardi, inizia la vita, quella che ama di più, in silenzio, in un posto raccolto, ad ascoltare la musica preferita, a leggere i libri che più gli piacciono, a pensare, a dialogare con sè stesso e a fare un sacco di altre cose sulle quali lascio che cali il sipario, perché un po’ di privacy a questo signore cauto, introverso, essenziale, sobrio e misurato, parco di parole, che si concede poco, che però sorride spesso e ha uno sguardo che non intimorisce, ma che ogni tanto se la dimentica questa eccessiva aderenza al personaggio e si lascia andare e non sta lì col misurino come dovesse dosare farmaci a dosare le parole, che talvolta esce da questi schemi e fa una gran bella figura e a me piace molto ma molto di più, gliela devo davvero lasciare. (La privacy, il periodo è talmente lungo che uno rischia di perdersi.) Fino a un certo punto però: non posso non annunciare che martedì 26 gennaio a Bologna ci sarà un suo concerto, (sempre in duo, lui pianoforte e voce e varie ed eventuali, Matteo al contrabbasso) in un posto che guarda caso si chiama proprio Il posto, http://www.ilposto.bo.it/ un tipo di locale dove a lui piace esibirsi, di quelli dove si mangia (qui mi pare anche bene, ho consultato il menù e ho fatto anche la mia scelta, che tra la mia passione per il cibo, e quella per l’Universo-Mimmo è una bella sfida e davvero non vorrei mai che mi puntassero un mitra e mi chiedessero di scegliere o l’uno o l’altro, che per me sono entrambi vitali) ma sono anche fucine dove si fa musica o si presentano libri, si organizzano mostre, insomma un bel posto questo Posto, come tanti altri dove lui si trova bene: quello cui è più legato è il Folkclub http://www.folkclub.it/ di Torino, per una serie di motivi e legami che non vorrei esaurire in due righe oggi. Ci suona tutti gli anni al Folkclub: per ora non è ancora contemplato un suo concerto, ma magari capiterà più avanti. Bene, allora chi può vada martedì al Posto. Mimmo tu che fai, ceni lì, o preferisci non mangiare prima del concerto e rimandare la cena a notte fondissima, a concerto concluso? In ogni caso, dovunque sia, prendi una doppia porzione di una pietanza di cucina bolognese tradizionale o rivisitata, una mangiala per me, e abbinaci un vino a tua scelta: mi fido ciecamente, che da quel che leggo mi pare di capire che non sei proprio uno sprovveduto, in fatto di vini. (Fossi stato astemio le tue quotazioni sarebbero scese di alcuni punti.) Poi se canti L’interpretazione dei sogni, lanciami un pensiero, io lo intercetto subito, e mi riscuoto immediatamente dai miei, di sogni, e mando il mio ectoplasma a sistemarti le falde del cappello, e siccome è un ectoplasma dispettoso, cercherà di distrarti sussurrandoti una poesia all’orecchio.
Non sempre l’esperimento riesce, quindi, per sicurezza la poesia te la dedico, qui, ora.
Qualcosa mi dice che ti piacerà, anche se tra quelle del tuo (o di uno dei tuoi) poeta preferito non è quella che ami di più.


Piccolo testamento

Questo che a notte balugina

nella calotta del mio pensiero,

traccia madreperlacea di lumaca

o smeriglio di vetro calpestato,

non è il lume di chiesa o d'officina

che alimenti

chierico rosso o nero.

Solo quest'iride posso

lasciarti a testimonianza

d'una fede che fu combattuta,

d'una speranza che bruciò più lenta

di un duro ceppo nel focolare.

Conservane la cipria nello specchietto

quando spenta ogni lampada

la sardana si farà infernale

e un ombroso Lucifero scenderà su una prora

del Tamigi, del Hudson, della Senna

scuotendo l'ali di bitume semi-

mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.

Non è un'eredità, un portafortuna

che può reggere all'urto dei monsoni

sul filo di ragno della memoria,

ma una storia non dura che nella cenere

e persistenza è solo l'estinzione.

Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato

non può fallire nel ritrovarti.

Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio

non era fuga, l'umiltà non era

vile, il tenue bagliore strofinato

laggiù non era quello di un fiammifero.

Eugenio Montale (Da La bufera e altro, 1956)


Ama molto Montale, Mimmo, e questo non mi sorprende. Ama anche Ardengo Soffici, come poeta e questa è senz'altro una scelta più elitaria. Non avendo a casa libri di poesia di Ardengo Soffici, dovrò aspettare domani per reperirne qualcuno in Biblioteca: se troverò qualcosa che mi colpirà, che in rete non ho trovato, la pubblicherò. A me è piaciuto molto un quadro di Ardengo (futurista già nel nome) Soffici, Contadini toscani, che utilizzo come immagine a complemento del post.


Ma le sorprese non sono finite e il post è, come di consueto, trooooppoooo luuungoooo!

Vecchiaia, fermati

Tu gonfia di geloni cammina più lenta,

non affrettarti, il cuore ti minaccia,

il fiore che sta per sbocciare lasciami

godere e tutte le botti del mio vino.

Vergognati d’inseguirmi così nuda,

sfasciata all’inguine e in cenci i tuoi seni,

addosso ti cucirò una bella gioventù

e per allegro marito la mia ombra.

Fermati, vecchiaia, riposa laggiù,

contentati di strappare i miei ritratti

e io attenderò che passi tutto il fiume

della vita per venire alla tua riva.

Libero De Libero


Infine ho cercato e un po' provocatoriamente scelto questa poesia di Libero De Libero, che io non avevo mai neppure sentito nominare. Il bello di tutta questa vicenda è, anche, che permette uno scambio, seppur indiretto, un'occasione, partendo dall'Universo-Mimmo e da ciò che in questa mia "indagine" riesco a scoprire, per esplorare, quando sia possibile, mondi nuovi, o almeno sfiorarli.

giovedì 21 gennaio 2010

IL SENSO DELLE COMMEMORAZIONI

Il 19 gennaio del 1980, trent’anni fa, moriva Piero Ciampi. Non è mia intenzione in questa sede scrivere su di lui in maniera approfondita, essendoci veramente molto materiale prodotto da “addetti ai lavori” per chi avesse interesse e curiosità per questo artista. Già brevemente trattato in passato in occasione della partecipazione di Mimmo Locasciulli al Premio Ciampi, http://www.premiociampi.it a novembre, riprendo ora l’argomento per fare una riflessione sul perché ci si renda veramente conto del valore di un artista, ed è una sorte che purtroppo non è toccata solo a Piero Ciampi, quando questo non c’è più. Nel corso della sua non lunga esistenza (quando morì aveva quarantacinque anni) caratterizzata da una grande vena artistica, ma da uno spirito ribelle, tormentato e in perenne movimento, o fuga, e poco incline a soggiacere a regole e schemi, men che meno quelli di mercato, Piero Ciampi non aveva avuto grande successo, proprio per questo suo modo di essere, anche se era stato apprezzato da molti interpreti e autori di successo, da Fabrizio de Andrè a Gino Paoli, e in molti, fin dagli anni sessanta, avevano cantato le sue canzoni. Al cantautore livornese è stato dedicato il premio omonimo, che ha avuto la sua prima edizione nel 1995. Mimmo Locasciulli, e anche questo è stato già detto, nel 2001 vi partecipò con l’amico Haber. Entrambi dovevano cantare una canzone di Ciampi: Mimmo scelse Io e te, Maria (lui la menziona come Gesù Gesù, dal celebre ritornello) e accompagnò al pianoforte Haber che cantò Tu no; mentre suonava pensò che avrebbe voluto cantarla lui, forse perchè gli sembrò più vicina al suo modo di sentire, o forse semplicemente perchè gli parve che quella canzone avrebbe potuto renderla al meglio. Come è noto, Tu no, la inserì poi nell’album Piano piano, in un arrangiamento molto simile a quello proposto al Premio Ciampi nel 2001: un tributo particolarmente riuscito verso un artista molto diverso da lui, che, almeno in certi aspetti della sua vita, di regole e disciplina vive, pur essendo spesso fortemente colpito o affascinato da personalità totalmente fuori dalle regole. Mimmo, che già lo stimava come artista, conobbe personalmente Ciampi nel 1975 al Santo Spirito, dove lui già lavorava e dove Ciampi si recava per problemi legati all'alcolismo, in un reparto in cui lavoravano dei medici suoi amici che anche Mimmo frequentava. Qualche anno più tardi, in occasione di una frattura al femore, fu ricoverato proprio nel reparto di chirurgia con letti d’ortopedia dove M. prestava servizio. Non mi pare, da quel che Mimmo racconta, di poter dedurre che ci fosse tra i due quella stretta amicizia che molti che scrivono di entrambi attribuiscono loro, ne’ che lui fosse il suo medico curante, e neppure - ho letto anche questo - che quando morì, Ciampi fosse assistito da Locasciulli. Durante la degenza, Ciampi non gradì molto che il giovane medico gli facesse “sequestrare” dagli infermieri i fiaschi di vino che si faceva portare in ospedale. “Guarda Piero, se sei qui c'è un motivo e il vino non è contemplato” si trovava a dovergli ricordare Mimmo, e “Te non mi vuoi bene, non mi fai bere” faceva eco Ciampi. Credo che a Mimmo queste parole siano rimaste bene impresse, ma come medico nell’esercizio delle sue funzioni, pur comprendendo la condizione dell’altro, non aveva certo scelta. Andò a trovarlo con De Gregori quando, ricoverato in un altro ospedale, il San Filippo Neri, Ciampi era già stato colpito dal tumore alla gola, che poco tempo dopo se lo sarebbe portato via. “Non credo che mi abbia mai perdonato”, racconta Mimmo. Per un alcolista non è facile capire che un altro possa agire nel suo interesse privandolo dell’unica cosa che forse conta per lui.

Leggendo la vicenda di Piero Ciampi, mi è venuto spontaneo pensare a un'altra figura di intellettuale, forse perché toscani entrambi, con una forte dipendenza dall’alcol entrambi, poco inclini a stare dentro le regole, irrequieti e morti entrambi giovani: mi riferisco allo scrittore, bibliotecario, insegnante, giornalista, traduttore grossetano Luciano Bianciardi. Sono stata felice di constatare a posteriori che la mia intuizione poteva avere un fondamento, se anche la figlia di Bianciardi, Luciana ha parlato di questo possibile parallelo, in un incontro, che si è tenuto il 14 novembre, con il giornalista Paolo Pasi, in occasione proprio del Premio Ciampi 2009. L’incontro, dal titolo “Ciampi e Bianciardi: le affinità elettive” si poneva l’obiettivo di indagare se esistessero tratti comuni tra i due, se temi poetici ed esistenziali dell'opera di Ciampi potessero trovare riscontro in quelli dell'opera e della vita di Bianciardi al di là della (cito) “etichetta condivisa di maledetti.”
Io di Bianciardi avevo sentito tanto parlare, del suo romanzo La vita agra in particolare, e avevo letto della sua storia, ma mi sono accostata alla lettura delle sue opere abbastanza di recente, quando è uscito un bel libro,
L'*antimeridiano : tutte le opere / Luciano Bianciardi ; a cura di Luciana Bianciardi, Massimo Coppola e Alberto Piccinini. - Milano che ne raccoglie tutta l’opera. Oltre le opere più note, c’è un racconto che mi è piaciuto molto, La mamma maestra, uno scritto ricco di ironia in cui Bianciardi descrive il rapporto con la madre, che continuava la sua professione anche tra le mura domestiche e nel rapporto con il figlio ormai adulto e da tempo lontano da casa: maestra in ogni sua fibra. (Caso non infrequente da riscontrare. Mimmo mi impiccio dei fatti tuoi e te lo chiedo: "Mamma quarant'anni dentro una scuola" a casa, con voi "quattro pezzetti di grazia di Dio" come è stata?)

Per quanto riguarda Piero Ciampi, diverse sono le pubblicazioni che lo riguardano.
Ricordiamo l’opera del giornalista, scrittore e responsabile artistico del Club Tenco, Enrico De Angelis, che molto si è occupato di musica e canzone d’autore in particolare, e altre due pubblicazioni più recenti. Eccole:


Ciampi, Piero


Soffermiamoci brevemente sullo spunto di riflessione fornito dal titolo: il senso delle commemorazioni, se un senso ce l’hanno. Numerosi sono i casi di artisti non compresi appieno in vita, o addirittura ignorati, che dopo la morte, spesso una morte precoce e crudele, sono stati osannati e celebrati, con riconoscimenti postumi. Certo sarebbe meglio riuscire a comprendere il valore di un artista quando è ancora in vita, e tributargli il giusto riconoscimento e le giuste gratificazioni, per quanto magari una persona particolare e anche un po’ difficile come Piero Ciampi forse neppure avrebbe troppo gradito una facile popolarità e neppure percorrere strade troppo battute. Ben vengano in casi come questi anche le commemorazioni (non nel senso di cerimonie formali e ufficiali di facciata) e tutte le manifestazioni che attorno al ricordo dell’artista ruotano: un artista vive anche nel ricordo di chi anche a distanza di tempo capisca il suo valore. Parlarne, cantare sue canzoni, dedicargli premi e incontri e serate musicali è un modo per perpetuarne la memoria, per non farlo morire mai.
Voglio pubblicare Tu no, come omaggio anche a Mimmo che canta davvero con grande coinvolgimento questa canzone, e la adatta perfettamente "alle sue misure", e poi Ha tutte le carte in regola di cui ricordo l’interpretazione del grande Gino Paoli. (Vado fuori tema, ma questa cosa la voglio dire: ho un ricordo struggente di lui che canta con la figlia Amanda: la tenerezza tangibile del rapporto padre-figlia, davanti alla quale non riesco mai a rimanere insensibile).

TU NO
Testo e Musica di Piero Ciampi
© 1974 BMG Ricordi

Tu no tu no tu no tu non devi andare via
Tu non puoi andare via tu no tu no tu no
Anche se ti ho fatto male
Anche se ti ho esasperata
Tu no tu no tu no sono a tua disposizione
Per la vita e per il cuore
Tu no tu no

Tu no tu no tu no ti ricordi Via Macrobio?
Qualche volta eri felice
Tu no tu no tu no sedevamo nel giardino
Mi ascoltavi con amore
Tu no no tu no tu che sai tutto di me
Tu che hai la mia fiducia
Tu no tu no tu no

Tu no tu no tu no si lo so che non ho niente
Si lo so che ti ho delusa
Ma tu amore tu hai amato i miei silenzi
Hai capito i miei discorsi
Tu no tu no tu no i milioni di rinunce
Che ti ho fatto sopportare
Le ho pagate care

Tu no no no è difficile capirsi
E’ difficile aiutarsi
Lo so è colpa mia io non ho mai fatto niente
Per condurre la mia vita
Ma tu devi sapere io non so più cosa fare
Non capisco questa vita
Tu no amore no tu no

Ha tutte le carte in regola
testo e musica di Piero Ciampi

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista
ha un carattere melanconico
beve come un irlandese
se incontra un disperato
non chiede spiegazioni
divide la sua cena
con pittori ciechi, musicisti sordi,
giocatori sfortunati, scrittori monchi
Ha tutte le carte in regola
per essere un artista
non gli fa paura niente
tanto meno un prepotente
preferisce stare solo
anche se gli costa caro
non fa alcuna differenza
tra un anno ed una notte
tra un bacio ed un addio
Questo è un miserere
senza lacrime questo è il miserere
di chi non ha
più illusioni
Ha tutte le carte in regola
per essere un artista
detesta lavorare
intorno a un parassita
vive male la sua vita
ma lo fa con grande amore
ha amato tanto due donne
erano belle, bionde, alte, snelle
ma per lui non esistono più

E perché è solo un artista
che l'hanno preso per un egoista
la vita é una cosa che prende, porta e spedisce

domenica 17 gennaio 2010

PRIMO APPUNTAMENTO NELL'AGENDA DI GENNAIO

Mercoledì 20 gennaio, Mimmo Locasciulli terrà una conferenza-concerto presso l'auditorium del Cams, http://www.unical.it/portale/strutture/centri/cams/ Centro per le Arti, Musica e Spettacolo, dell'Università della Calabria, che si trova ad Arcavacata di Rende, in provincia di Cosenza. Il suo contributo è inserito all’interno della 19° edizione del Festival internazionale “Accademia del Jazz” che quest’anno ha scelto come tema "Le forme del canto", ossia la voce intesa come strumento, in programma dal 18 di gennaio, e ne costituirà l’evento conclusivo. La manifestazione nasce da una collaborazione dell’Università della Calabria, con il Centro Jazz Calabria, http://www.centrojazzcalabria.com/ istituzione culturale di grande importanza, punto di riferimento in ambito musicale, audiovisivo e multimediale per tutto il sud, che ospita al suo interno L’Archivio discografico centro di documentazione sonora, organizzato in più sezioni: una Biblioteca emeroteca specializzata in pubblicazioni di carattere musicale, una fonoteca, una videoteca e una fototeca. Il CJC pubblica una rivista specializzata intitolata Musica News, promotrice di un premio musicale, Il Premio Internazionale Musica News, assegnato quest’anno proprio a Mimmo Locasciulli. Glielo consegnerà in occasione del concerto del 20, il presidente del CJC Francesco Stezzi. La redazione ha inteso così riconoscere all’autore il merito di aver composto un album di grande valore, ed è evidente che ci riferiamo a Idra. Sono convinta che Mimmo, non sempre, per sua stessa ammissione, interessatissimo ai premi, gradisca molto invece questo riconoscimento e per il qualificato ambito dal quale proviene, e perché, come già diverse volte è stato evidenziato anche su queste pagine, considera Idra un momento importante del suo percorso artistico e umano, un’ulteriore tappa nel cammino di continuo perfezionamento e arricchimento che caratterizzano il suo “modo” di “stare” dentro e fuori la musica. La manifestazione del 20 gennaio, avrà inizio alle 20,45. L’ingresso è libero, fino ad esaurimento dei posti. Mimmo, per la prima volta all’Università della Calabria, non è nuovo a manifestazioni di questo tipo. Ricordiamo ad esempio diverse sue partecipazioni ad eventi che si sono svolti a Tor Vergata a Roma, e anche all’Università di Teramo. "Giovane" tra i giovani, accompagnato da uno ancora più giovane: si esibirà infatti in duo con suo figlio Matteo al contrabbasso. Spero vivamente che la serata abbia poi diffusione sul web, essendo molto interessata, oltre che allo spettacolo musicale in sè, alla conferenza.

Arcavacata, lunedì 18 gennaio 2010 UNIVERSITA' DELLA CALABRIA

C.A.M.S.-Associazione Centro Jazz Calabria "Rassegna Jazz" (dal 18 al 20 Gennaio)Stagione Universitaria 2009/2010
Rassegna Jazz dal 18 al 20 Gennaio
Spazi CAMS ore 20.45 Conferenza-Concerto

"Le forme del canto"
Lunedì 18
Badarà Seck & La Penc

Martedì 19
Luigi Grechi (De Gregori)
Mercoledì 20
Mimmo Locasciulli
In collaborazione con Centro Jazz Calabria


giovedì 14 gennaio 2010

COSA RESTA DI "QUELLO CHE CI RESTA"?



Mentre Mimmo Locasciulli appare saldamente ancorato al suo presente artistico continuando la presentazione di Idra (ci sono in programma per il mese di gennaio due concerti in due punti della penisola distanti tra loro, il primo, il 20 a Rende in provincia di Cosenza, il secondo, il 26, a Bologna) e già, forse, scrive nell’agenda della sua memoria e in quella del suo cuore, e magari su qualche taccuino di carta (sul computer mi pare di aver capito che non scriva le sue sensazioni in embrione) appunti che potrebbero trasformarsi in nuove canzoni, io cosa propongo? Un salto indietro nel tempo di trentatré anni, che mi catapulta nel lontano 1977. Mi basta chiudere gli occhi per sentire la musica, respirare l’atmosfera e i profumi di quell’anno che per me è stato molto particolare, nel bene e nel male. Qui però l’attenzione è rivolta ad un’altra persona: come è giusto che sia, le luci del palcoscenico sono puntate su di lui.

Nel 1977 Mimmo era un giovane medico di 28 anni, che muoveva i primi, ma non primissimi, passi nell’ambito della chirurgia: insomma era già abbastanza esperto col bisturi. Che altro c’era nella sua vita oltre le bianche corsie? Forse la scuola di specializzazione, di sicuro la musica, i locali in cui si esibiva, un’occhio attento a quello che accadeva intorno, che erano anni particolari, e, fatto nuovo nella sua vita, e molto molto coinvolgente, una musica nuova, in casa, quella del pianto e delle risa del primo bambino. Insomma era abbastanza impegnato e aveva tutti i numeri per essere contento, direi.
Proprio nel 1977 Mimmo pubblicava il suo secondo album, il primo con la RCA (ripassare non guasta mai: il primo in assoluto era Non rimanere là, uscito con l’etichetta Folkstudio nel 1975) intitolato Quello che ci resta. Oggi mi sto imbarcando in un’impresa da poco: scrivere di un album che non ho mai sentito. Ho letto i testi delle canzoni, di una di esse ho già parlato nel post, che in realtà avrebbe dovuto avere un seguito e ancora non l’ha avuto, sulle figure femminili nelle canzoni di Locasciulli. Mi riferisco a Canzone per Nadia. L’unica canzone che ho ascoltato è Alone che Mimmo ha riproposto in Delitti perfetti. Non pensavo fosse un brano così lontano nel tempo. L’album non si trova in vendita, (almeno io non ne ho trovato riscontro, potrebbe apparire qualcosa su E-bay, come di tanto in tanto succede con vecchi album di Mimmo) le canzoni a parte Alone appunto, non sono state riproposte in raccolte, o inserite in pubblicazioni successive. Immagino siano pochissimi quelli che possiedano Quello che ci resta. Mi piacerebbe sentirlo, per avere un quadro completo. Credo che ormai sia un pezzo da collezionista; ce n’è una gran quantità, di appassionati del vinile: tra loro magari ci sono anche estimatori di Mimmo e custodiscono il disco gelosamente. Ho letto le poche recensioni che ho trovato su questo lavoro. E qui devo prendere in prestito concetti non miei, anche se rielaborati: un passo avanti rispetto al precedente disco, questo è più completo e più maturo, ci sono fior di musicisti, (che non cito, al solito rimando al sito) piccole storie, ma anche un’attenzione al sociale, oltre che alle origini e ai ricordi. Una voce non tanto curata, ma interessante. Cosa me ne importa della voce curata? Da un punto di vista strettamente tecnico poteva essere e può esser vero, non è certo difficile trovarne anche numerose, anche tra cantanti non professionisti, di voci tecnicamente ineccepibili, senza però nessuna personalità, senza però nessuna capacità di far scaturire emozioni. Il fatto è che la sua voce ha caratteristiche uniche, e quando la ascolti ti smuove qualcosa dentro. Io questo l’avevo capito subito, quando sentivo alla radio quel giovane uomo, che ora definirei ragazzo, che cantava di fili di fumo, i ricordi, che bruciano gli occhi, di cappelli calati sugli occhi e tanta gente ancora da incontrare (e tanta ne avrebbe incontrato, negli anni a venire, e alcuni incontri sarebbero stati davvero fondamentali) ed ero stata catturata dalla voce e dalla canzone senza neppure sapere ancora chi fosse, come si chiamasse.
Un album di cui si parla poco; neppure l’autore ne parla, se non per ascriverlo al periodo folk della sua prima produzione, in cui inserisce anche Non rimanere là, quando gli chiedono quali e quanti siano i periodi, i momenti della sua produzione, e da cosa siano caratterizzati. Non so se Mimmo canti ancora nei suoi concerti qualcuna di queste canzoni. Da quel poco che ho letto, non tanto nelle due recensioni dell’album che ho trovato, ma in quello che è stato scritto dopo a proposito della produzione del secondo “momento” artistico di Mimmo, dal 1980 al 1983, da Quattro canzoni di Mimmo Locasciulli a Sognadoro passando per Intorno a trent’anni, appunto, per evidenziarne il superamento e la maturità acquisita, mi pare di capire che Quello che ci resta fosse considerato un album un po’ “pesante” troppo “cantautorale” e non nel senso migliore del termine, un po’ serioso insomma, anche se meno dell’album di esordio che, evidentemente non capisco nulla, a me, nella sua presunta pesantezza, possibile ingenuità, essenzialità musicale, piace e mi commuove anche un po’(commozione interna, niente lacrime). A una giornalista Quello che ci resta piacque (Maria Laura G. Giulietti che lo recensiva per Ciao 2001) e ne diede un lusinghiero giudizio: Un disco fiabesco, forse incantato. Non posso esprimermi se non per quanto attiene alle sensazioni che mi hanno suscitato le parole dei testi letti, e come al solito io sottolineo sempre la non tecnicità dei miei giudizi, che mi piace di più definire semplici riflessioni. Certo ribadisco che anche fare delle semplici riflessioni su testi di cui non si conosce la melodia e l’interpretazione è sicuramente un azzardo, (tutto questo blog un po’ lo è, giocato sul filo dell’azzardo, a partire dalla scelta del destinatario e del modo in cui è costruito) ma con questo, come al solito lungo scritto, ho voluto portare l’attenzione su un lavoro che mi pare, forse ingiustamente, dimenticato.
Forse non è un’operazione del tutto corretta neppure quella di estrapolare dei versi dalle canzoni, ma è da intendere come omaggio, e non come mutilazione.

Le canzoni d’amore sono tre, la title track appunto, che parla in maniera molto delicata di un amore finito, e si domanda quello che resta quando un amore finisce, (se si è fortunati e qualcosa resta che non sia la sofferenza o il livore). Il rispetto, che Mimmo auspica nelle ultime interviste, in cui glielo domandano in riferimento ai versi di Lucy, mi pare cosa alquanto rara.
Nel caso nostro, rimaniamo senza risposte: si sa solo cosa non sia “quello che ci resta”.

Quello che volevo me l’hai dato
Tu chiedevi ed hai trovato
La risposta che aspettavi
Quello che ci resta
Non è solo un alibi del tempo
Non è solo un’ eco
Nella sera

La suggestiva Alone che sembra anch’essa far riferimento a un amore passato cui si guarda con un po’ di rimpianto, e un po’ di rassegnata curiosità per ciò che aspetta lei alla fine della storia. (Dove sarai domani?)

Se tu mi avessi avuto
Se tu mi avessi dato un po’ di più
Ora la tua cometa
Non sarebbe la tua cella

Infine Il rosso del mattino, in cui appare uno dei temi da sempre cari a Mimmo, la notte, che qui stranamente ha una valenza negativa, perché l’amata sembra averne paura. Al "lui" della canzone non resta che rasserenarla con la certezza che un nuovo mattino di lì a poco sorgerà..

Il cielo adesso è già più grande
(La tua promessa è più sincera)
Il cuore è in pace
La paura è più lontana
La notte è vinta e muore
Al giorno nuovo che verrà

Dove va la stagione ci immerge in un tempo senza tempo, immutato da secoli, di una vita in mezzo alla natura, difficile, ma anche bella, forse solo per chi la osserva dall’esterno, e non per chi la vive. Parla della vita dei pastori, qui un padre e un figlio bambino dietro un gregge, con tanto tempo per pensare e sognare ciascuno i propri sogni.

Una sera che il padre
Disteso alla fiamma e alla fonte diceva
"Eh! Potessi arrivare almeno una volta
Alla schiuma e alla brezza del mare"
Lui sognava la tromba e la banda al paese
E una casa davvero e la figlia di Pietro
Teresa dai riccioli d’oro

Al fiume mi sembra a una lettura senza ascolto una canzone difficile. A chi l’ha recensita è piaciuta molto la frase E datemi solamente un’ora da ricordare,/ Sarà la mia fortuna. A me piace di più Cuore di falco e denti stretti alla fatica/ Sono la mia salvezza.
Mimmo è affezionato all’espressione Cuore di Falco, che ritroveremo qualche anno dopo in Piccola luce.

La mia gente se ne va fa riferimento ai conterranei di Mimmo costretti a lasciare con dolore la propria terra per riuscire a sopravvivere.

La mia gente se ne va
Resta un’eco che non fa rumore
Resta un’ombra di dolore
Che nessuno mai cancellerà

Il tema dell’emigrazione è trattato anche nella Canzone a mio nonno. Il nonno di Mimmo, partì in America e ci stette trent’anni per poi tornare a vivere in patria. Un tema che evidentemente ha molto toccato la sensibilità del Nostro, siano i migranti gli Italiani del passato, anche di un passato relativamente recente costretti a subire angherie e discriminazioni, siano i migranti i disperati e gli ultimi che da qualche decennio raggiungono le nostre coste, o quelle di altri paesi ricchi, o considerati tali, e si trovano a subire angherie e discriminazioni da molti Italiani che pur avendolo vissuto, quel passato hanno dimenticato. Questo discorso si potrebbe ampliare, anche se molto è stato scritto e detto, in riferimento a Idra.

Mimmo è stato a Ellis Island a visitare i luoghi teatro dei primi contatti degli immigrati negli Stati Uniti, con le regole ferree e con i sistemi non troppo umani con cui venivano accolti. Credo che una certa sensazione gli abbia procurato vedere le “gabbie” dove i migranti erano lavati e disinfettati al loro arrivo; una pratica collettiva alquanto umiliante, e non credo si trattasse di confortevoli docce calde e di schiume profumate. Quella della doccia è una costante quando si vuole “marchiare un vinto”. Troppo facile sarebbe il parallelo con le docce gelate che accoglievano gli “ospiti” dei campi di concentramento, anche questi da marchiare e da disinfettare, quando non da sopprimere immediatamente. Sentire Mimmo parlare delle sensazioni provate durante la (o le) visite a Ellis Island, mi ha fatto venire immediatamente in mente la scena di un film, dove allo stesso violento e umiliante rito delle docce collettive, effettuate con potenti getti d’acqua mista a disinfettante, vengono sottoposte le povere nuove schiave del sesso di questi anni, portate spesso con l’ingannevole promessa di un lavoro d’immagine ben remunerato, in un paese ricco, e ridotte invece a prostitute-schiave che non possono neppure gestire i loro guadagni, anzi neppure li vedono. Il film in questione si intitola Promised Land, (2004) del regista israeliano Amos Gitai, e racconta in modo crudo e sconvolgente, che colpisce con la stessa intensità violenta di un pugno nello stomaco, la vergognosa tratta di giovani, belle, e anche illuse ragazze dell’est, convinte di andare in un paese ricco a fare la bella vita, e finite, moderne schiave, in Israele, vittime di un traffico losco ordito con la complicità di avventurieri sia Israeliani sia Palestinesi, che trovano un punto d’incontro proprio in un lucroso progetto criminale comune. Il film di Gitai è pur nella sua crudezza, di rara bellezza. Accomunano gli immigrati di inizio secolo alle schiave del sesso del nuovo millennio, al di là della pratica delle docce, l’appartenenza al mondo degli ultimi e degli oppressi; per fortuna molti immigrati italiani (e non solo) negli Stati Uniti, a costo di molte umiliazioni, molto lavoro, e una certa dose di fortuna sono riusciti a farcela, e, se non loro, i figli, a ottenere ruoli di prestigio.
La cronaca ci racconta quanto sia difficile per le ragazze riuscire a fuggire e a ribellarsi.
Il nonno di Mimmo credo fosse quello che suonava il mandolino; immagino fosse il padre di suo padre e che questa propensione per la musica attraversi la famiglia per via patrilineare, ma non ne sono certa. La nonna cantante lirica che quasi quasi faceva nascere suo figlio (il padre di Mimmo) sul palcoscenico sarà la più bella della città cui si fa riferimento nella canzone? Perché ho sempre bisogno di avere tutta questa abbondanza di particolari e di trovare l’incastro perfetto del puzzle? In fondo sia nonno materno o paterno, non cambia la sostanza.

Ecco proprio Canzone a mio nonno, che non so se, a un eventuale ascolto, risulti per me la più bella dell’album, ma è uno dei non tantissimi esempi esplicitamente (non velatamente o probabilmente) autobiografici della produzione di Mimmo.


CANZONE A MIO NONNO Testo e Musica di M. LOCASCIULLI
© 1977 Edizioni Musicali BMG Ricordi / Jeans
Il giorno che mio nonno è ritornato
Qualcuno scommetteva "Non è lui,
Sembra diverso nello sguardo e nel sorriso
E quei gambali lui non ce li ha avuti mai"
Ma lui parlava e raccontava
E sorrideva con cordialità
"La nave è andata troppo piano,
L’America è una donna che non si stanca mai
Quando sei giovane ce la fai
Però in trent’anni mi ci sono massacrato
E mi sono consumato fino al cuore
E non ce l’ho fatta più
E poi la terra non si lascia"
(Giù bottiglie, giù risate e giù canzoni)"
No, la terra non si lascia
La terra è amica e non tradisce mai"
Un giorno poi mio nonno s’è sposato
S’è preso la più bella della città
Sempre fedele, sempre riservata
Senza pretese e senza tante vanità
Lei che rapita dalle sua cravatta americana
Gli ha dato la mano e gli ha detto di sì
E così lui se l’è portata via
Nel cielo nel vento nella primavera
E dopo la notte dopo il paradiso
Un po’ per usanza un poco per ingenuità
Lei gli disse "Adesso prenditi la mia vita
È giusto che appartenga a te"
Ma lui la prese tra le braccia
Dicendo "Tu sei il porto della mia pace
Ed io non voglio la tua vita
Mi basta solamente un po’ d’amore"
E adesso che mio nonno s’è invecchiato
Confonde le stelle coi ricordi di gioventù
Giorno per giorno qualcosa l’ha tradito
Un po’ come aspettare
Qualcuno che non verrà mai
Un po’ come svegliarsi nel cuore della notte
E sentirsi più soli in mezzo alla città
L’inverno gela anche i tramonti
Spezza corolle stempera colori
Piega le donne al pane e ai focola
iE gli uomini alle carte e alle osterie
E i cani silenziosi e desolati
A rincorrere perdute dignità
Ormai la vita l’ha lasciato
Alla sua ultima ragione
("Chissà se ho vinto o se ho perduto
ma quello che ho fatto
giuro che lo rifarei").

domenica 10 gennaio 2010

MEA CULPA, MEA CULPA, MEA GRANDISSIMA CULPA


Son desolata, ho commesso diversi errori, nell'ultimo post, e sono ancor più dispiaciuta perchè dipendono esclusivamente dalla mia distrazione, e non da notizie dubbie, come a volte mi capita di trovare. Intanto ho scritto che alcune delle canzoni di Tango dietro l'angolo sono state riproposte da Mimmo Locasciulli in Delitti perfetti: quando mai? E dire che Delitti perfetti lo conosco perfettamente dagli anni novanta, non è uno di quei lavori che ho imparato ad apprezzare da quest'estate in poi. Avendo spesso la testa tra le nuvole, anzi tra i nembi, ho confuso marchianamente Cala la luna con Luna vagabonda. Potrebbe anche trattarsi di una piccola vendetta della Luna infastidita perchè ho tentato di farle un'intervista e lei, da buona primadonna, non ne concede. L'equivoco nasce forse anche dal fatto che nel bel Dvd del cofanetto menzionato, Mimmo propone oltre che i brani di Tango dietro l'angolo, anche alcuni dei suoi successi più noti, ospitati anche in Delitti perfetti. Non è una minuscola imprecisione, ma un errore grave. Me ne scuso.

Altre imprecisioni: ho scritto che Mimmo nel video suona la grancassa: in realtà suona diversi tipi di tamburo, che hanno probabilmente nomi diversi che io non sono in grado di attribuire; mi piacerebbe molto saperlo e magari farò una ricerca sulle percussioni. La grancassa me la sono sognata.

Ancora, tanto per fare una confessione completa che mi auguro terminerà con un'assoluzione e come penitenza un ascolto supplementare (già piacevolmente auto-impostomi) dei due album in questione. Riferendomi alla performance di Ballando parlo di carte lanciate sul palco, di assi; in realtà l'ultima carta non è un asso, non ho capito bene cosa sia, forse sono carte napoletane, bastoni? Questa non viene lanciata, come le altre, ma inserita e ben custodita nel taschino della giacca. Immagino tutto ciò abbia un senso profondo collegato alla canzone, ma io non l'ho saputo cogliere. Molti sono i miei limiti: grande la mia buona volontà. Ci saranno errori anche in altri post, probabilmente, e ne commetterò ancora. Chi li colga e ne abbia voglia, mi farà cosa gradita a segnalarmeli, se non sarò in grado di rendermene conto da sola, come è accaduto oggi. Il blog ne sarebbe arricchito, e non svilito, e sarebbe ancor più serio, pur nell'ironia e autoironia affettuosa e benevola, ma talvolta grottesca, che ne è stata in alcuni casi sale e spezia.
Sperando di non aver aggravato la mia situazione processuale: non sono evidentemente in grado di commettere... Delitti perfetti. A presto su questi schermi con altre notizie e altri errori, e magari meno... ironia?

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