Mimmo & Greg

Mimmo & Greg
Grazie Mariangela, grazie Mimmo!

lunedì 25 ottobre 2021

DIECI MINUTI

Con grande piacere copio integralmente il testo di Mimmo dedicato a Setak, pubblicato sul Cantautore. "Il Cantautore è il libretto di sala che ogni anno viene redatto e distribuito gratuitamente a tutti gli spettatori delle serate della Rassegna" come riportato sul sito della stessa.Il testo di Mimmo si distingue per la sua autenticità, per la totale distanza dalla banalità e dai soliti stereotipi, e non sembra veramente scritto in soli dieci minuti (se Mimmo afferma questo non ho motivo di dubitarne): evidentemente se ha impiegato così poco tempo, i concetti erano già ben definiti nella sua testa e nel suo cuore, e i dieci minuti sono serviti solo per la stesura di qualcosa che probabilmente non ha avuto nemmeno bisogno di correzioni.

Vedo Mimmo molto concentrato su quanto gli sta accadendo nel presente (e accadrà anche nell'immediato futuro), strettamente legato alla musica, ma, ancora una volta, lo invito a non accantonare questa sua attitudine per la scrittura e a cimentarsi quando sarà il momento, in una nuova prova, che sarà una voce fuori dal coro. 

Ed ora gli cedo volentieri la parola:

SETAK (o dell’Appartenenza) di Mimmo Locasciulli

A mezza strada tra Pescara e il Gran Sasso ci sono delle colline che degradano a grembiule verso il mare. C’è un’armonia disegnata con sapienza divina nella geometria delle forme e delle trasparenze di quei luoghi. Lì non si misurano le distanze, non ce ne sono, e puoi toccare con un soffio la prossimità del cielo, la profondità del mare. Tutto è sospeso, sopra le curve del tempo, dentro un respiro antico che scorre dentro i labirinti dell’anima. E tutto quanto si fonde, in un insieme sublime, dentro altre anime. Che si appartengono. Perché chi nasce lì appartiene a qualcosa, a qualcuno, a ogni altro. E si appartiene, in una esclusiva e perfetta identità con il suo essere.

Setak è la traduzione moderna di questa appartenenza, la declinazione al presente di un passato prossimo e remoto, una maschera ridisegnata su un canovaccio volato di mano in mano, inevitabilmente sbiadito. É il rintocco lento della campana che ti accompagna alla preghiera, che poi acquista ritmo e ti sorprende a ballare.

Nicola SETAK Pomponi appartiene prima di tutto a sé stesso. Pienamente, coerentemente e pervicacemente. Con quel sorridente pudore che si stampa sulle facce delle genti d’Abruzzo. Si appartiene nella confessione, nella commozione, nel non detto prudente delle sue declamazioni, nella celebrazione delle vittorie e nell’accoramento della resa. Nelle fughe, nei ritorni. Nei baci invisibili lanciati nel vento.

“Non devi avere paura, la vita può aspettare / e fermati un momento quando vedi che non ti torna / Guarda queste paure / ma quanto possono durare / scegliti i pensieri che ti possono portare più in alto / e se poi il vento sale / non ti chiedere perché / sei sangue di questo sangue / guarda davanti a te / e gioca con il mondo / sta qui per te / lascialo passare che poi il giusto torna…../ Questa vita è un pensiero che cambia per inventare / ora non ti pare niente ma quanto ti può dare…./ E poi sei nato freccia / non te lo dimenticare / Fatti portare lontano / fatti guardare tornare ” (1)

Nicola si appartiene e, di rimando, appartiene: prima di tutto alla sua terra, di cui è espressione e testimone. E poi al sentimento custodito per sé stesso, al suono sconfinante degli echi della memoria, al canto smerigliato da una lingua oscura e affascinante che ti sussurra piano, come una carezza lieve.

Appartiene al gioco misterioso della rivoluzione dei sensi, come succede nei sogni: il reale si frantuma in pezzi e si ricompone scompostamente, disegna un quadro astratto in un insieme estatico di tormenti, di speranze e meraviglia. Quel mistero che ti porta altrove, e ti sventaglia un mondo di colori sconosciuti che poi danno forma all’universo del possibile. Certamente Setak appartiene allo strumento dell’amore, alla didattica del cuore. E allo stupore.

“….Quanto sarebbe bello se non finisse/ se il giorno dopo non ci fosse/ Portami ancora più lontano/

che non ho neanche più paura/ Non vedo l’ora che mi dai la mano / portami là in mezzo, per favore / non vedi quanta gente / io non l’ho vista mai / che domani sera è già arrivato / Chissà chi ci può stare/ non riesco più a dormire /senti quant’è bello ‘sto rumore”(2).

Nicola, poi, appartiene alla sua storia, ai suoi viaggi, alle sue imprudenze, ai suoi amici, alle sue sfide. Alle fermate dei tram, ai tavolini dei locali dove si beve e si canta, dove si crea amicizia e si discute a oltranza. Appartiene alla notte fonda, al cielo rosso dell’alba, ai passi silenziosi di una piazza addormentata, alle ombre dietro i muri, ai risvegli lenti. Appartiene alle corde di una chitarra che dà voce ai suoi richiami, a una scrittura insolita, all’agilità del verso, al mondo antico che lo risucchia e lo rimastica, al passo giovane che marca il ritmo di un rinnovamento.

E poi appartiene a chi l’ascolta. Lo vedi suonare, lo senti cantare e ti trovi di fronte a un cowboy che lancia il lazo e cattura il bisonte. E il bisonte sei tu, ti lasci prendere come se fosse un gioco, e schiudi le porte dell’anima per giocare in luoghi sicuri. Ogni verso ha una magia, inaspettata, sorprendente. È un meccanismo seducente e disarmante che ti vince un po’ per volta, senza compiere aggressioni. E’ il segreto dell’appartenenza, non c’è mai disarmonia. Probabilmente Nicola appartiene alle sue canzoni più di quanto le sue canzoni appartengano a lui. È come se esse lo chiamassero con messaggi cifrati, con un linguaggio incomprensibile al mondo, che solo lui può decrittare perché glielo concedono e, anzi, lo pretendono. Lui obbedisce alla chiamata, chiude gli occhi e vola. E atterra, traducendo, su pentagrammi di blues, di folk e di musica cosmica.

Nei suoi due album (3) non c’è altro che appartenenza. Perché, infine, Nicola Setak Pomponi appartiene interamente al suo tempo; che è anche il tempo delle strette di mano rare e frettolose, delle canzoni informi, dei mercanti nel tempio, degli assalti dei briganti, degli scippatori della bellezza. La sua è un’appartenenza svelata dagli intendimenti, che va controcorrente, sentita e perciò vincente. In un mondo che fa rumore e ti assorda di niente, arriva questo giovanotto moderno e d’altri tempi che con le sue canzoni tira fuori dalle tasche mucchietti di crediti, tutti inderogabilmente esigibili.

(1) Traduzione del testo di “Lu juste arvé”

(2) Traduzione del testo di “Dumane ha ‘ggià ‘rrivate”

(3) Blusanza (2019) – Alestalé (2021)

 

 


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